Sandro Zanotto
è stato più volte citato nelle antologie di poesia
chiamata a volte dialettale , a volte in
dialetto - a carattere nazionale, ma si ritiene
che il valore di questo poeta meriti che si vada ben
al di là di alcune righe a commento della sua produzione
in veneto.
La sua ricerca
ha mirato sin dallinizio (la sua prima raccolta pubblicata
è del 60; egli è stato tra i primi a riprendere a
scrivere poesia in dialetto) a inserirlo coscientemente
tra coloro che considerano i dialetti lingue
colte. Ha ripreso il veneto come Mistral aveva a suo
tempo ripreso il provenzale (benché questi lo avesse
fatto nel tentativo in parte riuscito di risuscitare
la propria lingua come lingua universale), come
per usare una sua espressione gli umanisti avevano
ripreso il latino.
Nella produzione
in dialetto di Sandro Zanotto, Franco Brevini riconosce
tre momenti :
[ ] un primo realistico e populista [ ] la sua ricerca dialettale [ ] riprenderà solo ventanni dopo con le due raccolte ruotanti intorno al tema delle acque, intese come amnio, « eros » e morte [ ] Infine con Loghi de lomo sembra annunciarsi una nuova direzione di tipo decisamente onirico e metafisico [ ]
Essa non può essere
analizzata se non tenendo conto di ciò che questo autore
andava scrivendo anche in italiano, in poesia e in
prosa (romanzi e saggi), perché molti sono i richiami,
i riferimenti. Il lavoro che ci si accinge a fare,
dunque, è di avvicinarsi allopera di Zanotto considerata
nel suo insieme (benché, per forza di cose, si dovrà
procedere per poco più che accenni).
Giorgio Caproni
presentava la prima raccolta in italiano in questi
termini :
[ ] non voglio dire che Zanotto abbia già interamente risolto il problema dun linguaggio tutto suo [ ] Ma devo anche dire che di rado un giovane mi ha convinto con altrettanta energia fin dalla prima lettura [ ]
In essa si notano
infatti i segni di unopera prima, con alcuni limiti,
ma anche già con quelle che diventeranno le caratteristiche
di Zanotto poeta : un solido senso del ritmo, in un
andamento di recitativo.
Edita a Padova,
con lindicazione nellultima pagina che si tratta
di copie fuori commercio che lautore autografa per
gli amici cui le invia in occasione del Natale 1960
e Capodanno 1961, la prima raccolta in dialetto (La
fiora del vin) è formata da componimenti piuttosto
lunghi di cui sono protagonisti contadini, pescatori,
mugnai, lavandaie, gente che abita in paese o nelle
periferie delle città.
Landamento è
discorsivo (non per niente il sottotitolo è Storie
venete); i testi sono divisi tra il racconto in
terza e quello in prima persona; la trascrizione dei
suoni è approssimativa : in una mezza paginetta, allinizio,
sono date alcune indicazioni per la pronuncia, ma sembra
dato per scontato che chi deve leggere conosca il dialetto.
Per chi è stato
come i vecchi trapiantato in città, rimane la nostalgia
di ciò che si è lasciato; anche chi in città ha fatto
fortuna, ammettere che
[
] La ze finia
pal contadìn
che scoltava
la canpana déa séra
coi pìe nel
loàme [
]
non è sufficiente
a far superare questo sentimento.
Alcune « storie
» appartengono alla tradizione pavana per gli espliciti
riferimenti al sesso; gioiose, divertenti, esuberanti,
con uno sfondo magico che deresponsabilizza. Se non
sono i singani (gli zingari) a far perdere la
testa alle ragazze, è Salvanèo il diavoletto
silvano cui si attribuisce la paternità dei bambini
senza padre riconosciuto. Non è colpa delle ragazze
: persino « l prete slarga i brassi e in ostaria
i torna a bàtare\ sto fante e nissuni ghe pensa pì
».
Anche quando il
poeta parla di sé lo fa spesso utilizzando le parole
e i modi di chi vive in campagna, di chi è legato alla
terra, vicino alla natura. Il tenerissimo ritratto
dellinizio di vita in comune in « sta cazéta dei
spozi » concentra lattenzione sul terrazzino
fiorito di gerani; il desiderio di una vita semplice
a contatto con le cose essenziali si esprime attraverso
quello di
[
]piantàre
àlbari, àlbari dapartùto
pai fioi che
rèsta e par lonbrìa a chi che more
[
] che i rèsti
coe so foje e i so ozèi
anca co no
ghe saremo pì, co saremo
drio lultimo
muro, tèra pai àlbari nostri [
];
anche la ricerca del significato ultimo delle cose prende una connotazione di concretezza, quando il poeta dice:
[
]
Co e man onte de tèra
vao ste sere
a sercàrlo pai canpi
Dio che se
sconde pai fosi
e el me ciàma
da distànte
coi sighi del
vento.
Soltanto in due liriche il poeta si rivela per quello che è, un abitante della città, da cui dubita sia inutile fuggire, forse intuendo che
[
] la felisità
la ghévimo
e la jèra fata
de gnènte, solo de star
dove ogni logo
ze un ricordo
e ogni passo
na speransa.
Lultima poesia
della raccolta riassume i valori del poeta, quelli
che determineranno in un ipotetico giorno del Giudizio
chi avrà il
[
] paradizo
nostro
che ze solo
unaria fina, un cortèo che taja
che te cati
distante
drio i ultimi
salgàri
soto le sanbugàre,
co canta el galo.
Questa raccolta (i fiori, quella schiuma leggera che si forma sulla superficie del mosto) sembra nata dal desiderio di documentare un linguaggio ancora parlato nelle campagne padovane soltanto da alcuni vecchi analfabeti o del tutto illetterati. El di de la conta, invece, da un interesse di tipo antropologico che si è andato manifestando durante il periodo di cui Sandro Zanotto riferisce in quel « diario anarchico » scritto nel 66-67 (ma pubblicato soltanto più di dieci anni dopo). In esso lautore dice di sé :
[ ] sono uno che si occupa di antropologia moderna e sto cercando di individuare il nuovo folclore [ ]
e anche : « del mondo popolare ho fatto linteresse principale della mia vita ». Queste dichiarazioni, oltre a spiegare la scelta e della lingua e dellargomento, aiutano in parte anche a capire i cambiamenti che sono stati apportati alle poesie della prima raccolta riproposte nella seconda.
Pur mantenendo landamento del recitativo, i testi nuovi di questa hanno di solito versi più brevi, che riprendono le pause naturali del discorso. Nei componimenti riproposti, molti versi lunghi sono stati spezzati; è cambiata a volte la punteggiaura; sono state eliminate congiunzioni; alcuni versi sono stati eliminati, altri riformulati. Una seconda serie di variazioni è dovuta alla ricerca delloriginale vocabolo pavano, scartando quello che apparteneva a un dialetto italianizzato. Accostando le due raccolte si osserva per esempio che sgaravazi diventa s-ciàvi e qualcossa diventa calcossa; come un musso diventa cofà un musso; quealtri diventa staltri; lumiera diventa lumèra.
La maggior parte dei cambiamenti è dovuta a una diversa trascrizione dei suoni. È noto che in veneto la [l] inervocalica ha suono debole, evanescente, tanto che chi parla in dialetto tende a non indicarla, quando scrive. Per il lettore non veneto, però, il sopprimerla può ingenerare confusione; Zanotto nella seconda raccolta lha sempre indicata, ripristinandola dove laveva omessa.
Le poesie riproposte si possono raggruppare per filoni : quello di protesta sociale; quello più intimista della riflessione su se stessi e sulla vita, del rimpianto del passato; quello considerato più propriamente pavano; e infine quello in cui il poeta si espone in prima persona. Leggendo anche gli altri testi della raccolta ci si rende conto che questi filoni vengono mantenuti, ma che aumenta di molto il numero delle poesie che si sono chiamate intimiste, come quelle in cui il poeta parla di se stesso. Del filone sociale ne appare forse soltanto una, in cui Zanotto sembra rimproverarsi di non aver denunciato in tempo lesistenza della povertà nel mondo di oggi, teso a privilegiare i poveri di ieri, quelli del mondo contadino. Tra le poesie pavane (nel senso tradizionale) figurano soltanto Jèra a posto el paéze, gioiosa, piena di vita, e in fondo anche La luvion, benché cupa e triste, per le allusioni a influenze extra-umane.
Si può notare che le poesie intimiste a cominciare da quella che apre la raccolta ne occupano i primi due terzi, mescolate ad alcune di argomento diverso, mentre nellultima parte si trovano quasi esclusivamente quelle personali. Si è fatta una differenza tra le poesie che si sono chiamate intimiste e quelle personali perché, nelle prime, le riflessioni del poeta sono mediate dalluniverso del mondo contadino. Il tempo che passa e non torna, per esempio, è come il fumo dei falò accesi la sera delEpifania; il grigiore, lapparente inutilità di una vita che ripete se stessa, sono evocati dai pensieri di un contadino che non riesce a dormire e ascolta una civetta e il vento. Lestendersi della città verso la campagna è visto come il disperdersi dellacqua dei fossi, dei ruscelli, e anche Dio lo si cerca nei campi. Questi esempi potrebbero essere sostituiti da altri; ciò che si vuol far notare è il « medium » che Zanotto utilizza.
La maggior parte dei componimenti in cui egli si espone più direttamente riguarda il proprio lavoro di poeta, il proprio destino di uomo. La fiora del vin (che dà il titolo alla prima raccolta, ma che in quella non compare), pensandola scritta da uno Zanotto ancora molto giovane, pieno di desideri e di velleità, può essere vista come un autoritratto :
La fiora del vin
ze morta in tel tinàso
sensa vère mai visto
i prai, le véle, el mar :
la fiora del vin
ze secà drio le coste
sensa vèrte mai vua na note
e no ga mai sentìo sonàre i organi [ ]
[ ] staquà ze tuta la me storia curta
no ste contàrghea a nisùni.
In El trozo scuro si può vedere la descrizione del lavoro solitario del poeta, alla ricerca del folclore della sua regione. Le ultime tre poesie della raccolta costituiscono un ideale unico discorso. Cè prima di tutto un giudizio sul dialetto, il timore che non potendo rinnovarsi sia destinato a scomparire :
[ ] Sémo restài qua co pochi nomi
tuti fruài
a no ghin nase de novi.
Chel sia morto sto àlbaro vècio?
Segue un attacco alla carta stampata, ai libri. Ma subito dopo il poeta deve ammettere che per lui non cè altro modo di comunicare :
Voria che i me libri in dialèto
no restasse fermi là su la carta
[ ] se i me libri fuse
un discorso pai canpi
lora podaria dire che bizognava
[ ] par mi, distante da la tèra
no ghe ze altro che la carta scrita
e sto gropo de parole scrite
che no te sé mai
se sia un inbrojo
o na roba che bizogna
che anca co la ze quèa bona
la ze al posto de naltra
che no ghe ze.
Tra queste due raccolte in dialetto vi è una continuità di fondo, ma si nota una evoluzione nei contenuti; un pò alla volta il mondo contadino diventa metafora, e si evidenzia un interesse filologico che va al di là di quello per il folclore. Sono, questi, elementi che si ritroveranno in raccolte successive, come anche il tema dellacqua (anticipato nella seconda raccolta dal testo a pagina 47, Aque del me paéze) tema che Brevini qualificherà di « vera novità » per
« [ ] linsediarsi del paesaggio di acque e isole, che Zanotto carica di valenze simboliche [ ] Uno scenario oscillante tra morte [ ] e follia [ ]
Come si vedrà, questo « paesaggio » verrà a costituire quasi una costante nel lavoro di Sandro Zanotto.
La successiva raccolta in dialetto sarebbe uscita soltanto nel 1985, ma la « storia letteraria » di Zanotto non si è interrotta, nellintervallo. Come egli stesso scrive :
« [ ] Lesperienza in dialetto era per me collaterale a quella in lingua, ma non potevo dare ad essa un ruolo subalterno, perché faceva parte anchessa della mia storia letteraria. In questa ho prestato sempre molta attenzione alle avanguardie, di cui mi sono molto occupato come critico darte. Tutto quello che ho scritto (specie i romanzi), è infatti da allineare a quel filone fantastico (raro nella letteratura italiana) che comincia a Ferrara nel 1916 come metafisica, viene accettato nel 1924 da André Breton come precedente del surrealismo e continua tuttora ad opera di scrittori isolati perfino in Italia, dove laberrazione del realismo è ancora imperante. Su questo argomento ho tenuto ventanni fa una conferenza alluniversità di Pau
Si è ritenuta necessaria questa lunga citazione, perché essa rende esplicito il legame che unisce le varie opere di Sandro Zanotto, al di là del genere e della lingua utilizzata.
Leggendo i vari lavori uno di seguito allaltro, dai rimandi e dai riferimenti ci si rende conto che alcuni di essi riflettono aspetti di una stessa esperienza, di uno stesso periodo della vita dellautore (anche se poi saranno pubblicati in anni diversi). Ci si riferisce in particolare allanno scolastico 1966-67, periodo in cui Zanotto visse a Carrara, trasferito come insegnante alle dipendenze dello Stato. Notizie e riflessioni che vi si riferiscono saranno riportate in quel « diario anarchico » cui si è già fatto cenno (vi si troverà, per esempio, un riferimento alla recensione che Andrea Zanzotto fece de La fiora del vin, e in data 1 febbraio 1967 il progettato invio a Vanni Sheiwiller di El di de la conta).
Durante quellestate, lesperienza di una trasferta come commissario desame darà a Zanotto materia per le poesie in italiano raccolte ne Il funzionario testimonia. In più di uno di questi è detto, in poesia, quanto lautore ripete in prosa nel romanzo Delta di Venere. Nellintroduzione a questo, André Pieyre de Mandiargues dice tra laltro:
« [ ] Loriginalità di Delta di Venere [ ] è evidente a tal punto che potrà sconcertare alcuni lettori [ ] protagonista del romanzo è il delta [ ] a mano a mano che il lettore è preso dal romanzo, limpressione che ne trae [ ] è quella di andare anchegli alla deriva sulla corrente principale e sui bracci secondari del grande fiume [ ]. Per le descrizioni, per le minute considerazioni, Delta di Venere si avvicina spesso al « nouveau roman » francese. Ma soprattutto si impone il paragone con Huysmans [ ]
Il funzionario testimonia propone, quasi sottovoce, riflessioni sulla vita. La vita del funzionario, identificato con il suo ruolo al punto che « non è catalogabile/ quando sia avulso dalla funzione », ma anche la vita di tutti coloro che hanno accettato di vivere nellodierna società dei consumi, che hanno accettato lintegrazione, lassimilazione.
Il poeta sembra dominato dal pessimismo meglio, dalla convinzione di essere (che ciascuno sia) in una situazione senza via duscita, in cui sia impossibile fare alcunché per uscirne. Lunica apertura di speranza il funzionario sembra vederla nel proprio lavoro artistico (che, con autoironia, dichiara essere una parentesi, ma una « parentesi da difendere ».) Nella lirica conclusiva, Provare a fuggire è inutile, il poeta sembra ripetere che, contrariamente a quanto dice il titolo (e benché il fuggire possa provocare strappi dolorosi : « sui reticolati/ restano brani di pelle »), cè sempre qualcuno che ci riprova :
[ ] anzi
aumentano i preparativi e le illusioni
i libri che si continuano a scrivere per niente.
Il secondo romanzo di Sandro Zanotto è fortemente marcato dal « fantastico » e dal « surrealismo » cui lautore accenna nella sua lettera. Nato come estensione di un racconto, che ne costituirà il primo capitolo, anche in esso si trovano riferimenti a situazioni, luoghi, personaggi di Delta di Venere, de La Venere del Buttini, de Il funzionario testimonia (di questultimo, particolarmente, lidea che è necessario mettersi una maschera per sopravvivere).
Dal 1985 a parte ciò che concerne il suo lavoro di critico darte Zanotto sembra tornare esclusivamente alla poesia. Come dice Brevini :
« [ ] Con il ritorno al dialetto del 1985 anche la lingua di Zanotto muta. Partito da un padovano rustico ai confini tra Treviso e Venezia [ ] mostra di accostarsi gradualmente a una lingua dautore [ ]
Due raccolte usciranno nello stesso anno, e nel titolo di ambedue ritorna lacqua. Aque perse, vincitrice del Premio Letterario Nazionale Vincenzo Grasso per la poesia inedita nei dialetti dItalia, contiene componimenti che sembrano scritti dal navigatore solitario (che del resto si chiama Sandro) di Delta di Venere. Anche questa prova si inserisce nel discorso iniziato, in poesia, con Il funzionario testimonia, per il contenuto e per lo stile. Continuano i riferimenti dellautore ad altre proprie opere, nonché le citazioni erudite, che contribuiscono a creare un plurilinguismo che fa della raccolta unoperazione colta.
Uno dei motivi di fondo è lacqua, che scorre anche quando la si considera ferma, che rappresenta il tempo: passato e futuro, ma tutto sempre uguale, come lacqua è sempre uguale a se stessa. Lacqua, immagine di unaltra realtà, che rende possibile lontani dalla folla il colloquio con se stessi, con ciò che « podaràve èsarghe » (potrebbe esserci, come il poeta dice in Drio i scuri.)
Il navigatore solitario, protagonista di tutti i componimenti, si sveglia allalba e ricorda di aver legato la barca, la sera prima, vicino a una casa abbandonata. Le finestre vuote sembrano nicchie per numi tutelari; nella barca in momenti come questo (di mattina presto, con la nebbia) è come essere in un luogo consacrato, a guardarle « come se i gavése/ molà dei scuri che no ghe zé », vedendo
[ ] tuto quélo che podaràve èsarghe
delà da larzare, delà dal mondo,
delà da mi.
Altro motivo di fondo è linutilità della vita; il navigatore non sa dove va (proprio landare per acqua sempre uguale dà limpressione di « mai rivàre »); non cè niente da dire, e anche se si dicesse qualcosa non si sarebbe compresi.
Notevolmente diversa dalle due precedenti in dialetto per lo stile e per il contenuto, questa raccolta ne mantiene però la caratteristica di rendere stati danimo e riflessioni attraverso esperienze concrete. « I sogni sono segni e i segni sono sogni », dice Sandro Zanotto nella lettera citata. E aggiunge :
« [ ] Ho trovato [ ] naturale scrivere una poesia in dialetto allineata allavanguardia surrealista [ ] In questo spazio entrano i sogni, le allucinazioni dellinconscio, i deliri barocchi tipici della scultura italiana, che io continuavo a ritrovare negli antichi termini desueti del linguaggio veneto che mi compaiono spesso in sogno [ ] Credo con questo di attingere a un patrimonio molto antico di ricordi ereditari, di cui i termini sono un veicolo importante. Il surrealismo mi ha offerto loccasione per recuperarli [ ] »
Queste frasi sono da tenere presenti quando si prenda in mano Insoniarsi de aque, Sognarsi di acque. Raccolta vincitrice del primo premio del concorso « Veneto 85 », essa (nelle parole di Livio Pezzato che ne ha scritto la prefazione)
« [ ] vive [ ] in un sentimento simbolico e decadente del paesaggio [ ] vi si respirano atmosfere nebbiose, in cui aleggiano i fantasmi di un passato grandioso e glorioso, quello di una Repubblica Veneziana che qui Zanotto sembra riconoscere come madre di tutti noi [ ] Queste storie hanno per protagonisti il delta e la laguna, le isole e i canali, le barche e i fantasmi, i sogni e le pietre [ ]
In essa, ancora una volta, è possibile trovare trasposizioni di quanto Zanotto aveva scritto nei due romanzi, e in altri lavori. Venezia e la sua decadenza protagoniste di diversi componimenti, sono cantate in una poesia (De note a Venesia) che li riassume tutti :
La note ze ferma là
el caligo la tien salda
in ste sere insinganàe
nel rio scuro la piéna se smola
na crèpa se slonga sul muro
el palaso se inpiànta naltro fià
e i fanghi vèci monta su [ ]
e sule barche morte el caligo se poza
a dirghe a tuti quéi che no ghe ze più
che tuto ze drio finire.
La conclusione di unaltra (Le àleghe de lAusa) fa pensare alle due facce della poesia di Zanotto, le esperienze concrete e le riflessioni, i sogni :
[ ] i me pensèri
ze come le àleghe,
senpre co na corénte che li move
e na raiza che li tién fermi.
Lanno seguente sarebbe uscito Lettere dallargine sinistro, ventisei testi in italiano. Queste poesie (di cui ciascuna sembra far parte di un discorso più lungo, perché inizia senza la maiuscola e non si conclude, ma si interrompe) sono un seguito ideale de Il funzionario testimonia; in esse si mescolano realtà e sogno, segni e simboli, ricordi e giudizi. Ritornano i richiami intertestuali, soprattutto a quei luoghi che non esistono, che non possono essere esistiti, o che non esistono più. SullArgine Sinistro (« luogo che non esiste più »), abita il funzionario,
[ ] e non è detto
che egli sia autorizzato in quel posto
evidentemente è nascosto
perché a nessuno degli
inseriti nei ruoli è mai stata concessa
la fuga completa [ ]
Se egli
[ ] avesse (per una volta) il coraggio
disteso di uscire dalla colonna
affrontando lignoto della deviazione
potrebbe « inserire nella storia il fantasma », lui che, dalla storia, è « escluso biologicamente ». Ma è condannato a « esistere solo/ dentro la funzione », a ripetere i riti dela vita di tutti (« nella vita ci vuole disciplina »), a chiedersi
[ ] perché non me ne sono andato anche se potevo
molti si chiedono perché e anchio dopo aver capito
che non cè da recuperare alcuna lucerna sotto
le macerie [ ]
Nel testo conclusivo, il funzionario Sandro Zanotto, dopo aver detto che forse è sbagliato chiamarle poesie/ quelle dellArgine Sinistro, aggiunge che
[ ] qui un funzionario forse può dimenticare
meglio ancora può (integrarsi è impossibile)
sentire il cammino del mondo [ ]
[ ] povero funzionario
immerso nel vuoto pieno di grilli e di uccelli
a cui pochissime cose sono concesse
che non siano comprese nei regolamenti
stabiliti dai Decreti Delegati.
La lettura di Loghi de lomo. In cui il poeta non è più né il navigatore solitario, né il funzionario, ma uscito dal ruolo un uomo, ha fatto venire in mente unaltra frase della lettera autografa più volte citata : « spero di fare poesia e basta, non poesia in dialetto ».
La raccolta presenta più di una diversità nei confronti di quelle precedenti (sia in dialetto che in italiano). I testi sono più brevi, la sintassi è meno spezzata, mancano le citazini colte. Il linguaggio è più semplice e naturale, ma il lessico è più ricco. Giovanni Tesio, nella presentazione scrive :
[...] Che strada hanno fatto le parole « fruà » del dialetto di Sandro Zanotto? [...] Si può parlare di scavo entro un mondo dato fin dal principio, di viaggio entro una realtà entropica che muove dal « luogo » al « Luogo », dal momento fenomenico di una geografia degradata alla trasfigurazione del sogno, bolgia di metamorfosi e di fantasmi [...]
Lultima poesia della « plaquette » può essere utilizzata come chiave di lettura di tutte le altre. Zanotto, conscio del proprio valore, allude con amara ironia al fatto di essere poco conosciuto e apprezzato, e fa una differenza tra « la insoniànda del dì » (che lo caratterizza) e « quéi che se insònia| solo de nòte » :
[...] Vorìa pròpio dirve
qua su pa sta carta
(nisùni la lezarà)
che quéi che se insònia pal dì
sa tante robe
che no rivarà mai saére
quéi che se insònia
solo che de nòte
e se desméntega co fa ciàro [...]
Il poeta sceglie di continuare a sognare da sveglio, per vedere « na vèrta de sol drénto| sta calighéla del mondo ».
Questi sogni da sveglio sono « Loghi de lòmo » perché riportano alle radici dellumanità, alla capacità di ricordare; fanno capire limportanza del ricordo per ricostruire una propria storia personale, una propria identità. Se questa interpretazione è corretta, gli elementi di questa ricostruzioe (letti attraverso i « sogni » della raccolta) sono il rapporto nei suoi vari aspetti con la donna; il rapporto con la lingua, i luoghi, le tradizioni (anche religiose) della propria infanzia; e infine il rapporto con se stessi, cioè il prendere coscienza di ciò cui si vuole arrivare, e dei mezzi per arrivarci.
Nel 1991 esce Non è di queste acque, riscrittura in italiano delle prime venti poesie che figurano in Aque pèrse. Esse sono materiale privilegiato per un confronto con la versione originale. Pur tenendo conto che questa, come dice lautore nella presentazione, raccoglie
[...] un fascio di poesie che mi riportavano a unepoca che volevo dimenticare [...] Mi sembra di aprire una finestra su un paesaggio in cui nulla sia cambiato. Io ho le prove di esserci vissuto, ma non lo riconosco più [...]
e che quindi il lavoro di riscrittura è stato fatto in uno stato danimo diverso, pure non cè paragone tra la vivezza, il ritmo, la ricchezza di metafore del dialetto e la versione italiana, che molto spesso viene ad assomigliare a una esercitazione intellettuale.
Accostando No go visto la sagra a Cavalli e giostre sul Po, per esempio, ci si rende conto che i due testi riflettono culture diverse, e che una è intraducibile nellaltra. Si noti come « Salvanèlo » (che chiunque legge e conosce il dialetto sa essere un genietto silvestre, e basta dirne il nome) diventi « figure| trasparenti simbologie ».
Tère vere e Spazio reale corrispondono quasi perfettamente, ma cè una differenza che pare importante :
[...] Solo le strade
che se conose [...]
porta a le tère vére
co cala el sol slongàndo onbre
che inségna el mondo novo.
Questi versi vengono riscritti così :
[...] Solo gli spazi
ben noti [...]
chiudono il cerchio
del reale, offrendo rifugio
nelle lunghe ombre del tramonto.
Nella versione in dialetto il poeta sembra sottolineare che, al tramonto, le ombre « inségna el mondo novo ». Si potrebbe pensare (è un particolare che torna spesso nel romanzo Adone, per esempio) a « messaggi » captati su strade conosciute. In quella italiana, la realtà sembra sentita rassicurante perché ben conosciuta, rifugio e protezione contro le « ombre ».
La riscrittura di Drìo i scuri, che diventa Finestre nella nebbia, fa perdere molto dellimmediatezza e dellatmosfera di magia delloriginale. « Scuri de picolon », per esempio, diviene « imposte sbarrate », mantenendo il senso dellabbandono ma non quello del degrado. Pole capitàre paràltro che sta tartàna| sénsa pòsto devénti anca un capitèlo » è riscritto come « Il dio però concede nella nebbia| talora la grazia della visione », facendo perdere completamente la percezione dello spazio limitato che cè su una barca. I versi conclusivi, soprattutto, sono diversi :
[...] come se i gavése
molà dei scuri che no ghe zé
tuto quélo che podaràve èsarghe
delà da larzare, delà dal mondo
delà da mi.
In Non è di queste acque, essi recitano così :
[...] è un riquadro che esattamente
incornicia lo spazio dellocchio
come da una finestra
su un mondo al di là del limite
insuperabile dellargine.
A parte la differenza di significato, anche dal punto di vista del ritmo quel « delà, delà, delà » è molto più efficace.
In diversi testi la corrispondenza è puntuale, ma la riscrittura « traduce » il concetto più che i singoli versi, perdendo molto nei confronti delloriginale. Si noti come litaliano suoni spersonalizzato quando il poeta passa da Zuga i putèi a I bambini giocano. Parlando di un uccello che è volato via dice :
[ ] Lu el ga le à le, se move in alto,
no come mi che me strasino na barca
cofà un sc-òzo, pontà de farme ste strade
drite de aqua sénsa mai rivàre [ ]
e, in italiano :
[ ] in una migrazione ben diversa
dallossessivo vagare di una barca
negli spazi rettilinei dei canali
senza alcuna direzione [ ]
Un altro caso in cui la riscrittura sembra aver tolto la personalizzazione (oltre al ritmo) è il passaggio da Orasion pal gatèlo a Preghiera sul Po. La differenza significativa sembra essere nella conclusione, dove
[ ] el ténpo
ze un s-ciàpo de canèle
no finìse mai.
Diventa « leternità\ è un ciuffo di canne\ non cè la fine ». Il tempo che non finisce mai è connotato dalla persona che ne risente, mentre « leternità » perde questa connotazione.
La più recente raccolta in dialetto di Sandro Zanotto risulta essere Dadrio del spècio , dalla quale traspare come dice Fernando Bandini nella prefazione « un sentimento desolato e senza speranza, consapevole dellirrimediabile perdita di quelle cose che attraverso il dialetto vengono nominate ». Bandini prosegue così :
[ ] In Zanotto il dialetto non rende magica la quotidianità delle cose comuni ma sottolinea, sia pure con amore e struggente nostalgia, la loro irrevocabile morte [ ] . La testimonianza di Zanotto, la sua consapevolezza dellirrecuperabilità degli oggetti che costituiscono i referenti della poesia dialettale, non esclude quel nucleo segreto di speranza che è la ragione di ogni poesia [ ]
Nei trenta componimenti della raccolta si trovano, in prevalenza, sogni e ricordi del passato, oltre a una serie di riflessioni che danno ragione di ciò che scrive Bandini.
Già nel secondo testo il poeta si mette alla ricerca delle « tante robe\ che gavévo pèrso pai ani de la me vita ». Una ricerca che procede a fatica, a tentoni, senza sapere bene che cosa si cerchi, come si debba fare per trovarlo (« No so bon de capire i discorsi\ che i me fa), procedendo a volte nella dimensione dellassurdo (i me manda su pàle scaléte\ sénsa scalini »), approdando a rive di non-senso (« le scale more in gnénte »). Eppure, alla fine, ciò che si trova è molto di più di quanto si credeva di andare cercando : è « lamigo pèrso ». Subentra presto, però, il sentimento dellinanità del far riemergere il passato, e forse la negatività di farlo, dal momento che questa operazione contrasta con lattenzione dovuta al presente. Il passato è una « bosa sconta piéna de s-ciàvi »; il poeta non può innaffiare dei gerani che ne hanno estremo bisogno perché « go da téndare quéla bosa ».
Linfanzia è il periodo felice in cui i bambini corrono « sercàr i baùti de majo; oggi al poeta
[ ] pare proprio de vère
na baùta sui oci
che vièn senpre zo
se fa fadiga védarghe [ ]
È inutile, oggi, cercare lacqua,
[ ] de quéla lanpra
dela fontana distante
pèrsa co jèro putèo.
Forse più di altre raccolte di poesia, apparentandosi per latmosfera ai due romanzi (specialmente ad Adone) questa trova spiegazione nella naturalezza con cui Zanotto si sente in sintonia con lavanguardia surrealista. In diversi testi, fatti concreti scivolano nellassurdo, diventando fantasticherie, simboli. Si veda, per esempio, Gnanca i baréti ze più quéli. Il poeta visita un vecchio bar, a Monselice. Viene riconosciuto, gli si offre da bere. Quando sale la breve scala che ricorda portava al gabinetto, si accorge che essa ora dà accesso solo a stanze vuote :
[ ] Ste sale ze svode,
gnanca roba vècia,
gnanca na casèla
da tirare par védare.
Par tèra intun canton
ghe ze na spagnoléta intiéra
ma son sensa fulminanti [ ]
Oltre al motivo della ricerca della « roba vècia », si trova spesso ripetuto anche quello del tentativo di uscire da una situazione senza sbocchi (sensazione che si trovava già ne Il funzionario testimonia). Zanotto sembra rendere conto della « irrevocabile morte » di cui parla Bandini, con gli oggetti che non ci sono più, anche del dialetto, la lingua che li nominava. Si trovano inoltre riflessioni sulla propria vita, come in Vècie fotografie, per esempio :
[ ] santini
de pìgrafe, cola fàcia svanpìa
pala polvare vècia, tanto so
che memento homo quia pulvis es,
lora me tocarà anca mi [ ]
O in Listà che pasa, dove il finire dellestate fa pensare al tempo che rimane da vivere:
[ ] Le ore che ne rèsta
core su pai lanpioni
che se inpìsa masa présto
Uno degli ultimi componimenti della raccolta, in cui il poeta si rivolge a « Toni », sembra riassumere quanto è stato detto in molti dei precedenti :
Parévimo mèsi dàcordo de darghe
el lustrofin a ste arie ciàre, a sti
loghi sconti su pàle scaléte spasemàe
de scrècoli (se cavémo na sgresénda
tacà ala caìcia), a sto sol calante
che vièn drènto a speciàrse su quélo
in soàza, smarìo pai ani su pal muro.
Come i raménghi sémo qua scaturii
sénsa capirse: nisùni ne dize gnénte,
no ghe ze gnénte da dire quasù,
fin che remenémo drento i casoni
e drio le scansie dele aque pèrse
stréje de robe incartàe ferme da mai.[ ]
Toni, che i sia tuti morti?
E noaltri, che no ze gnancora sera?
Si è notato in questa raccolta (ma solo in minima parte) una minore coerenza nella trascrizione dei suoni, e una minore cura nel ricercare gli autentici lemmi del dialetto a favore di altri, più vicini alla parlata odierna, ma proprio per questo calchi dellitaliano.
Come si è accennato, si condividono alcune delle osservazioni che Bandini fa nella prefazione; dove non si è affatto daccordo con lui è quando riferendosi al fare poesia in dialetto parla della « rugosa ametricità del suo verso ». Una lettura accurata di tutte le raccolte in dialetto permette di dire che (anche se esistono degli scarti, specialmente nei primi lavori) i versi di Sandro Zanotto non sono « ametrici »; piuttosto, in questo poeta si osserva la tendenza a sostituire al criterio sillabico quello dei piedi metrici, con una istintiva costanza e regolarità che lo porta a creare inedite forme chiuse.
Nella prima raccolta, sottotitolata « storie venete », la lunghezza dei componimenti, e specialmente dei versi, rende difficile individuare un ritmo, e si ha limpressione che Zanotto stia ancora esercitandosi alla ricerca di una sua voce. A sostegno di questa ipotesi sta il fatto che alcuni testi saranno riproposti ne El di de la conta, dopo aver subito qualche variazione, in particolare una diversa segmentazione dei versi, ciò che ha reso i componimenti più lunghi, ma ha contribuito a creare un ritmo. Le poesie inedite che appaiono in questa raccolta si differenziano da quelle della precedente al punto da farle considerare come il primo compiuto tentativo poetico, in dialetto veneto, di Sandro Zanotto. Costante è la presenza del verso libero, spesso anisosillabico, in genere su base endecasillabica, alternato con altri più brevi; la rima a volte interna appare solo in modo occasionale; cè qualche assonanza. Si comincia a individuare un tentativo di strutturazione. Risulta evidente alla lettura che il ritmo è creato dallalternarsi di sillabe atone e toniche; accento tonico e ritmico coincidono.
Anche nella raccolta Aque pèrse il ritmo è dato dallalternarsi di sillabe atone e toniche, e laccento tonico e quello ritmico coincidono. Insoniàrsi de aque, uscito nello stesso anno, segna una svolta nei confronti delle raccolte precedenti: il criterio dei piedi metrici, piuttosto che quello sillabico, è ancora seguito, ma accento tonico e ritmico non coincidono più.
In un primo momento è sembrato che Sandro Zanotto, in queste poesie, fosse per suggerire (allinterno di alcuni componimenti) la presenza di divisioni in strofe di un numero uguale di versi. Una lettura attenta ha permesso di riconoscere, però, anche una struttura interna. In mancanza di un numero fisso di sillabe per verso, o un alternarsi regolare di versi aventi un numero disuguale di sillabe, essa non poteva che essere basata sul ripetersi regolare del numero di accenti ritmici per verso. È quanto si è constatato.
Il verso che si trova più di frequente nelle poesie di questa raccolta è lendecasillabo anisosillabico. In quelle di Loghi de lomo, invece, è lottonario anisosillabico; la struttura è data ancora dal ripetersi regolare di accenti ritmici per verso.
Dal punto di vista della metrica, le poesie di Dadrìo del spècio sembrano voler riproporre a volte mescolati tra loro tutti gli elementi strutturanti apparsi nelle raccolte precedenti. Si trovano così, per esempio, (ma non in interi componimenti, piuttosto in alcuni versi) una coincidenza tra accento tonico e ritmico; il verso varia dallendecasillabo anisosillabico, in alcune poesie, allottonario anisosillabico in altre; ci sono componimenti in cui tutti i versi hanno due accenti ritmici, altri nei quali è esclusivo soltanto un accento ritmico per verso.
Nel complesso sembra che Sandro Zanotto, pur rimanendo fedele a una voce basata sullaccento ritmico del verso, sia arrivato a una grande libertà nei confronti di se stesso, di regole da lui stesso instaurate. (Instaurate istintivamente, senza predeterminazione, se si sta alle sue stesse parole :
[ ] Io opero (come molti altri scriventi) basandomi su criteri non dichiarati, prevalentemente affidati allinconscio, per cui non riesco assolutamente a razionalizzare il mio operato [ ] ).
Nel suo più che ventennale percorso poetico Sandro Zanotto ha dimostrato di aver acquisito (quasi subito) e mantenuto una ferma padronanza del ritmo, che non si interrompe mai; non cè mai niente che strida, anche quando meno è rispettata la regolarità nellalternanza degli accenti ritmici. Si vedano, per esempio, dallultima raccolta, i versi iniziali de La létara :
Son rivà vanti dela rosta
e no te go trovà come che jèrimo
dacordo, me tocarà scriverte
na létara, co sta péna che core
via da ela sola sénsa farme inténdere
gnénte de quélo che scrivo anca
parché no ghe védo; cosa mai
te gavaro contà? [ ]
Oppure quelli di Vècie fotografie :
Sbruffàe de polveràsi vièn su
de ste ratatùie che insistìso
a remenàr driomàn par ste sofite
che no ghe so mai sta, anca se
cognoso tuti i cantoni [ ]
O, infine, quelli conclusive di Ze proprio spavento :
[ ] Come farò ndar via de qua,
che no so parcòsa ghe so vegnùo,
le oltrìghe me intriga le ganbe,
no trovo pì le prie che saltavo,
no podaro mai dormire qua?
Co go paura no so bon de butar fora
el sigo che me vièn su dal pantàso fondo.
Come si è accennato, non ogni componimento è assimilabile agli esempi riportati; esistono degli scarti, ma che Sandro Zanotto segua il criterio dei piedi metrici (cosa che altri poeti che scrivono in dialetto veneto faranno, dopo di lui) sembra ben dimostrabile, tanto da poter dire che esso diventa elemento fondante della sua voce.
A conclusione di questo lavoro resta da accennare ai due volumett editi nel 96 : Antologia personale, per la quale lautore stesso aveva scelto le poesie, tutte in veneto, e il romanzo Manoscritto rinvenuto a Villa del Conte. Riprendendo la tradizione del « manoscritto ritrovato », Zanotto compie unoperazione di sintesi dei suoi scritti, in poesia e in prosa. Come egli stesso dice nella Avvertenza premessa al romanzo, si tratta del resoconto di un viaggio nella morte della cultura contadina, di cui era forte caratteristica la mescolanza di riti e credenze della religione cattolica con superstizioni (qui riproposte da filastrocche in veneto, nel tessuto italiano del testo).
Sandro Zanotto ci ha lasciato nel dicembre dello scorso anno . Nel terrazzo dellappartamento allultimo piano dove abitava (lo stesso che appare ne La fiora del vin, con il titolo El terasìn dei novèi), cè un grande angelo di pietra dallespressione dolce e serena. Guarda lontano, sopra i tetti e gli alberi. Così deve aver fatto molte volte Sandro Zanotto, ancorato alla terra ma insieme capace di accedere allinesplicabile . Come ogni poeta, del resto.
1 F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990, p. 283.
2 S. Zanotto, Basso orizzonte, Amicucci, Padova 1959, p. 7.
3 S. Zanotto, La Venere del Buttini, Allinsegna del pesce doro, Milano 1966, pp. 116-117.
4 Ivi, p. 232.
5 Le parole perdute cit., p. 284.
6 Lettera autografa di Zanotto, 9 luglio 1994.
7 S. Zanotto, Delta di Venere, Rusconi, Milano 1975, p. 7-8.
8 S. Zanotto, Adone, Vallecchi, Firenze 1984.
9 Le parole perdute cit., p. 284.
10 S. Zanotto, Aque perse, Lunario Nuovo, Acireale 1985, p. 9.
11 S. Zanotto, Loghi de lomo, Boetti & C., Mondovì 1988, p. 9.
12 S. Zanotto, Non è di queste acque, Editoria Universitaria, Venezia 1991, p. 11.
13 Zanotto stava preparando Cantoni nel mondo, che è rimasta inedita, salvo Quattro componimenti ora pubblicati nella Antologia personale, Prefazione di Giovanni Tesio, Campanotto Editore, Udine 1996.
14 S. Zanotto, Non è di queste acque, Editoria Universitaria, Venezia 1991, p. 11.
15 Lettera autografa di Zanotto, 17 maggio 1995.
16 Vedi nota 13.
17 1997
18 Manoscritto cit., p. 55.