L’angelo sulla terrazza
Excursus sulla poesia in dialetto veneto di S. Zanotto

(N.B. In questo lavoro, nella trascrizione dei suoni, si è tenuto conto delle indicazioni del Manuale a cura della Giunta Regionale del Veneto, edito nel 1995)



Sandro Zanotto è stato più volte citato nelle antologie di poesia – chiamata a volte dialettale , a volte in dialetto - a carattere nazionale, ma si ritiene che il valore di questo poeta meriti che si vada ben al di là di alcune righe a commento della sua produzione in veneto.
La sua ricerca ha mirato sin dall’inizio (la sua prima raccolta pubblicata è del ’60; egli è stato tra i primi a riprendere a scrivere poesia in dialetto) a inserirlo coscientemente tra coloro che considerano i dialetti lingue colte. Ha ripreso il veneto come Mistral aveva a suo tempo ripreso il provenzale (benché questi lo avesse fatto nel tentativo – in parte riuscito – di risuscitare la propria lingua come lingua universale), come – per usare una sua espressione – gli umanisti avevano ripreso il latino.
Nella produzione in dialetto di Sandro Zanotto, Franco Brevini riconosce tre momenti :

[…] un primo realistico e populista […] la sua ricerca dialettale […] riprenderà solo vent’anni dopo con le due raccolte ruotanti intorno al tema delle acque, intese come amnio, « eros » e morte […] Infine con Loghi de l’omo … sembra annunciarsi una nuova direzione di tipo decisamente onirico e metafisico […]

Essa non può essere analizzata se non tenendo conto di ciò che questo autore andava scrivendo anche in italiano, in poesia e in prosa (romanzi e saggi), perché molti sono i richiami, i riferimenti. Il lavoro che ci si accinge a fare, dunque, è di avvicinarsi all’opera di Zanotto considerata nel suo insieme (benché, per forza di cose, si dovrà procedere per poco più che accenni).
Giorgio Caproni presentava la prima raccolta in italiano in questi termini :

[…] non voglio dire che Zanotto abbia già interamente risolto il problema d’un linguaggio tutto suo […] Ma devo anche dire che di rado un giovane mi ha convinto con altrettanta energia fin dalla prima lettura […]

In essa si notano infatti i segni di un’opera prima, con alcuni limiti, ma anche già con quelle che diventeranno le caratteristiche di Zanotto poeta : un solido senso del ritmo, in un andamento di recitativo.

Edita a Padova, con l’indicazione nell’ultima pagina che si tratta di copie fuori commercio che l’autore autografa per gli amici cui le invia in occasione del Natale 1960 e Capodanno 1961, la prima raccolta in dialetto (La fiora del vin) è formata da componimenti piuttosto lunghi di cui sono protagonisti contadini, pescatori, mugnai, lavandaie, gente che abita in paese o nelle periferie delle città.
L’andamento è discorsivo (non per niente il sottotitolo è Storie venete); i testi sono divisi tra il racconto in terza e quello in prima persona; la trascrizione dei suoni è approssimativa : in una mezza paginetta, all’inizio, sono date alcune indicazioni per la pronuncia, ma sembra dato per scontato che chi deve leggere conosca il dialetto.
Per chi è stato – come i vecchi – trapiantato in città, rimane la nostalgia di ciò che si è lasciato; anche chi in città ha fatto fortuna, ammettere che

[…] La ze finia pal contadìn
che scoltava la canpana déa séra
coi pìe nel loàme […]

non è sufficiente a far superare questo sentimento.
Alcune « storie » appartengono alla tradizione pavana per gli espliciti riferimenti al sesso; gioiose, divertenti, esuberanti, con uno sfondo magico che deresponsabilizza. Se non sono i singani (gli zingari) a far perdere la testa alle ragazze, è Salvanèo – il diavoletto silvano cui si attribuisce la paternità dei bambini senza padre riconosciuto. Non è colpa delle ragazze : persino « ‘l prete slarga i brassi e in ostaria i torna a bàtare\ sto fante e nissuni ghe pensa pì ».
Anche quando il poeta parla di sé lo fa spesso utilizzando le parole e i modi di chi vive in campagna, di chi è legato alla terra, vicino alla natura. Il tenerissimo ritratto dell’inizio di vita in comune in « sta cazéta dei spo’zi » concentra l’attenzione sul terrazzino fiorito di gerani; il desiderio di una vita semplice a contatto con le cose essenziali si esprime attraverso quello di

[…]piantàre àlbari, àlbari dapartùto
pai fioi che rèsta e par l’onbrìa a chi che mo’re
[…] che i rèsti coe so foje e i so ozèi
anca co no ghe saremo pì, co saremo
drio l’ultimo muro, tèra pai àlbari nostri […];

anche la ricerca del significato ultimo delle cose prende una connotazione di concretezza, quando il poeta dice:

[…] Co ‘e man o’nte de tèra
vao ste sere a sercàrlo pai canpi
Dio che se sco’nde pai fosi
e el me ciàma da distànte
coi sighi del vento.

Soltanto in due liriche il poeta si rivela per quello che è, un abitante della città, da cui dubita sia inutile fuggire, forse intuendo che

[…] la felisità la ghévimo
e la jèra fata de gnènte, solo de star
dove ogni lo’go ze un ricordo
e ogni passo na speransa.
L’ultima poesia della raccolta riassume i valori del poeta, quelli che determineranno – in un ipotetico giorno del Giudizio – chi avrà il

[…] paradizo nostro
che ze solo un’aria fina, un cortèo che taja
che te cati distante
drio i ultimi salgàri
so’to le sanbugàre, co canta el galo.

Questa raccolta (i “fiori”, quella schiuma leggera che si forma sulla superficie del mosto) sembra nata dal desiderio di documentare un linguaggio ancora parlato nelle campagne padovane soltanto da alcuni vecchi analfabeti o del tutto illetterati. El di’ de la conta, invece, da un interesse di tipo antropologico che si è andato manifestando durante il periodo di cui Sandro Zanotto riferisce in quel « diario anarchico » scritto nel ’66-’67 (ma pubblicato soltanto più di dieci anni dopo). In esso l’autore dice di sé :

[…] sono uno che si occupa di antropologia moderna e sto cercando di individuare il nuovo folclore […]

e anche : « del mondo popolare ho fatto l’interesse principale della mia vita ». Queste dichiarazioni, oltre a spiegare la scelta e della lingua e dell’argomento, aiutano in parte anche a capire i cambiamenti che sono stati apportati alle poesie della prima raccolta riproposte nella seconda.

Pur mantenendo l’andamento del recitativo, i testi nuovi di questa hanno di solito versi più brevi, che riprendono le pause naturali del discorso. Nei componimenti riproposti, molti versi lunghi sono stati spezzati; è cambiata a volte la punteggiaura; sono state eliminate congiunzioni; alcuni versi sono stati eliminati, altri riformulati. Una seconda serie di variazioni è dovuta alla ricerca dell’originale vocabolo pavano, scartando quello che apparteneva a un dialetto italianizzato. Accostando le due raccolte si osserva – per esempio – che sgaravazi diventa s-ciàvi e qualcossa diventa calcossa; come un musso diventa cofà un musso; quealtri diventa staltri; lumiera diventa lumèra.

La maggior parte dei cambiamenti è dovuta a una diversa trascrizione dei suoni. È noto che in veneto la [l] inervocalica ha suono debole, evanescente, tanto che chi parla in dialetto tende a non indicarla, quando scrive. Per il lettore non veneto, però, il sopprimerla può ingenerare confusione; Zanotto – nella seconda raccolta – l’ha sempre indicata, ripristinandola dove l’aveva omessa.

Le poesie riproposte si possono raggruppare per filoni : quello di protesta sociale; quello – più intimista – della riflessione su se stessi e sulla vita, del rimpianto del passato; quello considerato più propriamente pavano; e – infine – quello in cui il poeta si espone in prima persona. Leggendo anche gli altri testi della raccolta ci si rende conto che questi filoni vengono mantenuti, ma che aumenta di molto il numero delle poesie che si sono chiamate intimiste, come quelle in cui il poeta parla di se stesso. Del filone sociale ne appare forse soltanto una, in cui Zanotto sembra rimproverarsi di non aver denunciato in tempo l’esistenza della povertà nel mondo di oggi, teso a privilegiare i poveri di ieri, quelli del mondo contadino. Tra le poesie pavane (nel senso tradizionale) figurano soltanto Jèra a posto el paéze, gioiosa, piena di vita, e in fondo anche La luvio’n, benché cupa e triste, per le allusioni a influenze extra-umane.

Si può notare che le poesie intimiste – a cominciare da quella che apre la raccolta – ne occupano i primi due terzi, mescolate ad alcune di argomento diverso, mentre nell’ultima parte si trovano quasi esclusivamente quelle personali. Si è fatta una differenza tra le poesie che si sono chiamate intimiste e quelle personali perché, nelle prime, le riflessioni del poeta sono mediate dall’universo del mondo contadino. Il tempo che passa e non torna, per esempio, è come il fumo dei falò accesi la sera del’Epifania; il grigiore, l’apparente inutilità di una vita che ripete se stessa, sono evocati dai pensieri di un contadino che non riesce a dormire e ascolta una civetta e il vento. L’estendersi della città verso la campagna è visto come il disperdersi dell’acqua dei fossi, dei ruscelli, e anche Dio lo si cerca nei campi. Questi esempi potrebbero essere sostituiti da altri; ciò che si vuol far notare è il « medium » che Zanotto utilizza.

La maggior parte dei componimenti in cui egli si espone più direttamente riguarda il proprio lavoro di poeta, il proprio destino di uomo. La fiora del vin (che dà il titolo alla prima raccolta, ma che in quella non compare), pensandola scritta da uno Zanotto ancora molto giovane, pieno di desideri e di velleità, può essere vista come un autoritratto :

La fio’ra del vin

ze morta in tel tinàso

sensa vère mai visto

i prai, le véle, el mar :

la fio’ra del vin

ze secà drio le coste

sensa vèrte mai vua na note

e no ga mai sentìo sonàre i organi […]

[…] staquà ze tuta la me storia curta

no ste contàrghea a nisùni.

In El trozo scuro si può vedere la descrizione del lavoro solitario del poeta, alla ricerca del folclore della sua regione. Le ultime tre poesie della raccolta costituiscono un ideale unico discorso. C’è prima di tutto un giudizio sul dialetto, il timore che – non potendo rinnovarsi – sia destinato a scomparire :

[…] Sémo restài qua co pochi nomi

tuti fruài

a no ghin nase de no’vi.

Chel sia morto sto àlbaro vècio?

Segue un attacco alla carta stampata, ai libri. Ma – subito dopo – il poeta deve ammettere che per lui non c’è altro modo di comunicare :

Voria che i me libri in dialèto

no restasse fermi là su la carta …

[…] se i me libri fuse

un discorso pai canpi

lo’ra podaria dire che bizognava …

[…] par mi, distante da la tèra

no ghe ze altro che la carta scrita

e sto gropo de parole scrite

che no te sé mai

se sia un inbrojo

o na roba che bizogna

che anca co la ze quèa bo’na

la ze al posto de n’altra

che no ghe ze.

Tra queste due raccolte in dialetto vi è una continuità di fondo, ma si nota una evoluzione nei contenuti; un pò alla volta il mondo contadino diventa metafora, e si evidenzia un interesse filologico che va al di là di quello per il folclore. Sono, questi, elementi che si ritroveranno in raccolte successive, come anche il tema dell’acqua (anticipato nella seconda raccolta dal testo a pagina 47, Aque del me paéze) tema che Brevini qualificherà di « vera novità » per

« […] l’insediarsi del paesaggio di acque e isole, che Zanotto carica di valenze simboliche […] Uno scenario oscillante tra morte […] e follia […]

Come si vedrà, questo « paesaggio » verrà a costituire quasi una costante nel lavoro di Sandro Zanotto.

La successiva raccolta in dialetto sarebbe uscita soltanto nel 1985, ma la « storia letteraria » di Zanotto non si è interrotta, nell’intervallo. Come egli stesso scrive :

« […] L’esperienza in dialetto era per me collaterale a quella in lingua, ma non potevo dare ad essa un ruolo subalterno, perché faceva parte anch’essa della mia storia letteraria. In questa ho prestato sempre molta attenzione alle avanguardie, di cui mi sono molto occupato come critico d’arte. Tutto quello che ho scritto (specie i romanzi), è infatti da allineare a quel filone fantastico (raro nella letteratura italiana) che comincia a Ferrara nel 1916 come “metafisica”, viene accettato nel 1924 da André Breton come precedente del surrealismo e continua tuttora ad opera di scrittori isolati perfino in Italia, dove l’aberrazione del realismo è ancora imperante. Su questo argomento ho tenuto vent’anni fa una conferenza all’università di Pau …

Si è ritenuta necessaria questa lunga citazione, perché essa rende esplicito il legame che unisce le varie opere di Sandro Zanotto, al di là del genere e della lingua utilizzata.

Leggendo i vari lavori uno di seguito all’altro, dai rimandi e dai riferimenti ci si rende conto che alcuni di essi riflettono aspetti di una stessa esperienza, di uno stesso periodo della vita dell’autore (anche se poi saranno pubblicati in anni diversi). Ci si riferisce in particolare all’anno scolastico 1966-67, periodo in cui Zanotto visse a Carrara, trasferito come insegnante alle dipendenze dello Stato. Notizie e riflessioni che vi si riferiscono saranno riportate in quel « diario anarchico » cui si è già fatto cenno (vi si troverà, per esempio, un riferimento alla recensione che Andrea Zanzotto fece de La fiora del vin, e – in data 1 febbraio 1967 – il progettato invio a Vanni Sheiwiller di El di de la conta).

Durante quell’estate, l’esperienza di una trasferta come commissario d’esame darà a Zanotto materia per le poesie in italiano raccolte ne Il funzionario testimonia. In più di uno di questi è detto, in poesia, quanto l’autore ripete in prosa nel romanzo Delta di Venere. Nell’introduzione a questo, André Pieyre de Mandiargues dice tra l’altro:

« […] L’originalità di Delta di Venere […] è evidente a tal punto che potrà sconcertare alcuni lettori […] protagonista del romanzo è il delta […] a mano a mano che il lettore è preso dal romanzo, l’impressione che ne trae […] è quella di andare anch’egli alla deriva sulla corrente principale e sui bracci secondari del grande fiume […]. Per le descrizioni, per le minute considerazioni, Delta di Venere si avvicina spesso al « nouveau roman » francese. Ma soprattutto si impone il paragone con Huysmans […]

Il funzionario testimonia propone, quasi sottovoce, riflessioni sulla vita. La vita del funzionario, identificato con il suo ruolo al punto che « non è catalogabile/ quando sia avulso dalla funzione », ma anche la vita di tutti coloro che hanno accettato di vivere nell’odierna società dei consumi, che hanno accettato l’integrazione, l’assimilazione.

Il poeta sembra dominato dal pessimismo – meglio, dalla convinzione di essere (che ciascuno sia) in una situazione senza via d’uscita, in cui sia impossibile fare alcunché per uscirne. L’unica apertura di speranza il funzionario sembra vederla nel proprio lavoro artistico (che, con autoironia, dichiara essere una parentesi, ma una « parentesi da difendere ».) Nella lirica conclusiva, Provare a fuggire è inutile, il poeta sembra ripetere che, contrariamente a quanto dice il titolo (e benché il fuggire possa provocare strappi dolorosi : « sui reticolati/ restano brani di pelle »), c’è sempre qualcuno che ci riprova :

[…] anzi

aumentano i preparativi e le illusioni

i libri che si continuano a scrivere per niente.

Il secondo romanzo di Sandro Zanotto è fortemente marcato dal « fantastico » e dal « surrealismo » cui l’autore accenna nella sua lettera. Nato come estensione di un racconto, che ne costituirà il primo capitolo, anche in esso si trovano riferimenti a situazioni, luoghi, personaggi di Delta di Venere, de La Venere del Buttini, de Il funzionario testimonia (di quest’ultimo, particolarmente, l’idea che è necessario mettersi una maschera per sopravvivere).

Dal 1985 – a parte ciò che concerne il suo lavoro di critico d’arte – Zanotto sembra tornare esclusivamente alla poesia. Come dice Brevini :

« […] Con il ritorno al dialetto del 1985 anche la lingua di Zanotto muta. Partito da un padovano rustico ai confini tra Treviso e Venezia […] mostra di accostarsi gradualmente a una lingua d’autore […]

Due raccolte usciranno nello stesso anno, e nel titolo di ambedue ritorna l’acqua. Aque perse, vincitrice del Premio Letterario Nazionale “Vincenzo Grasso” per la poesia inedita nei dialetti d’Italia, contiene componimenti che sembrano scritti dal “navigatore solitario” (che del resto si chiama “Sandro”) di Delta di Venere. Anche questa prova si inserisce nel discorso iniziato, in poesia, con Il funzionario testimonia, per il contenuto e per lo stile. Continuano i riferimenti dell’autore ad altre proprie opere, nonché le citazioni erudite, che contribuiscono a creare un plurilinguismo che fa della raccolta un’operazione colta.

Uno dei motivi di fondo è l’acqua, che scorre anche quando la si considera ferma, che rappresenta il tempo: passato e futuro, ma tutto sempre uguale, come l’acqua è sempre uguale a se stessa. L’acqua, immagine di un’altra realtà, che rende possibile – lontani dalla folla – il colloquio con se stessi, con ciò che « podaràve èsarghe » (potrebbe esserci, come il poeta dice in Drio i scuri.)

Il navigatore solitario, protagonista di tutti i componimenti, si sveglia all’alba e ricorda di aver legato la barca, la sera prima, vicino a una casa abbandonata. Le finestre vuote sembrano nicchie per numi tutelari; nella barca – in momenti come questo (di mattina presto, con la nebbia) – è come essere in un luogo consacrato, a guardarle « come se i gavése/ molà dei scuri che no ghe zé », vedendo

[…] tuto quélo che podaràve èsarghe

delà da l’arzare, delà dal mondo,

delà da mi.

Altro motivo di fondo è l’inutilità della vita; il navigatore non sa dove va (proprio l’andare per acqua – sempre uguale – dà l’impressione di « mai rivàre »); non c’è niente da dire, e anche se si dicesse qualcosa non si sarebbe compresi.

Notevolmente diversa dalle due precedenti in dialetto per lo stile e per il contenuto, questa raccolta ne mantiene però la caratteristica di rendere stati d’animo e riflessioni attraverso esperienze concrete. « I sogni sono segni e i segni sono sogni », dice Sandro Zanotto nella lettera citata. E aggiunge :

« […] Ho trovato […] naturale scrivere una poesia in dialetto allineata all’avanguardia surrealista […] In questo spazio entrano i sogni, le allucinazioni dell’inconscio, i deliri barocchi tipici della scultura italiana, che io continuavo a ritrovare negli antichi termini desueti del linguaggio veneto che mi compaiono spesso in sogno […] Credo con questo di attingere a un patrimonio molto antico di ricordi ereditari, di cui i termini sono un veicolo importante. Il surrealismo mi ha offerto l’occasione per recuperarli […] »

Queste frasi sono da tenere presenti quando si prenda in mano Insoniarsi de aque, Sognarsi di acque. Raccolta vincitrice del primo premio del concorso « Veneto ‘85 », essa (nelle parole di Livio Pezzato che ne ha scritto la prefazione)

« […] vive […] in un sentimento simbolico e decadente del paesaggio […] vi si respirano atmosfere nebbiose, in cui aleggiano i fantasmi di un passato grandioso e glorioso, quello di una Repubblica Veneziana che qui Zanotto sembra riconoscere come madre di tutti noi […] Queste storie hanno per protagonisti il delta e la laguna, le isole e i canali, le barche e i fantasmi, i sogni e le pietre […]

In essa, ancora una volta, è possibile trovare trasposizioni di quanto Zanotto aveva scritto nei due romanzi, e in altri lavori. Venezia – e la sua decadenza – protagoniste di diversi componimenti, sono cantate in una poesia (De note a Venesia) che li riassume tutti :

La note ze ferma là

el caligo la tien salda …

in ste sere insinganàe

nel rio scuro la piéna se smola

na crèpa se slo’nga sul muro

el palaso se inpiànta n’altro fià

e i fanghi vèci monta su […]

e sule barche morte el caligo se poza

a dirghe a tuti quéi che no ghe ze più

che tuto ze drio finire.

La conclusione di un’altra (Le àleghe de l’Ausa) fa pensare alle due facce della poesia di Zanotto, le esperienze concrete e le riflessioni, i sogni :

[…] i me pensèri

ze come le àleghe,

senpre co na corénte che li mo’ve

e na raiza che li tién fermi.

L’anno seguente sarebbe uscito Lettere dall’argine sinistro, ventisei testi in italiano. Queste poesie (di cui ciascuna sembra far parte di un discorso più lungo, perché inizia senza la maiuscola e non si conclude, ma si interrompe) sono un seguito ideale de Il funzionario testimonia; in esse si mescolano realtà e sogno, segni e simboli, ricordi e giudizi. Ritornano i richiami intertestuali, soprattutto a quei luoghi che non esistono, che non possono essere esistiti, o che non esistono più. Sull’Argine Sinistro (« luogo che non esiste più »), abita il funzionario,

[…] e non è detto

che egli sia autorizzato in quel posto

evidentemente è nascosto …

perché a nessuno degli

inseriti nei ruoli è mai stata concessa

la fuga completa […]

Se egli

[…] avesse (per una volta) il coraggio

disteso di uscire dalla colonna

affrontando l’ignoto della deviazione

potrebbe « inserire nella storia il fantasma », lui che, dalla storia, è « escluso biologicamente ». Ma è condannato a « esistere solo/ dentro la funzione », a ripetere i riti dela vita di tutti (« nella vita ci vuole disciplina »), a chiedersi

[…] perché non me ne sono andato anche se potevo

molti si chiedono perché e anch’io dopo aver capito

che non c’è da recuperare alcuna lucerna sotto

le macerie […]

Nel testo conclusivo, il funzionario Sandro Zanotto, dopo aver detto che “forse è sbagliato chiamarle poesie/ quelle dell’Argine Sinistro”, aggiunge che

[…] qui un funzionario forse può dimenticare

meglio ancora può (integrarsi è impossibile)

sentire il cammino del mondo […]

[…] povero funzionario

immerso nel vuoto pieno di grilli e di uccelli

a cui pochissime cose sono concesse

che non siano comprese nei regolamenti

stabiliti dai Decreti Delegati.

La lettura di Lo’ghi de l’omo. In cui il poeta non è più né il navigatore solitario, né il funzionario, ma – uscito dal ruolo – un uomo, ha fatto venire in mente un’altra frase della lettera autografa più volte citata : « spero di fare poesia e basta, non poesia in dialetto ».

La raccolta presenta più di una diversità nei confronti di quelle precedenti (sia in dialetto che in italiano). I testi sono più brevi, la sintassi è meno spezzata, mancano le citazini colte. Il linguaggio è più semplice e naturale, ma il lessico è più ricco. Giovanni Tesio, nella presentazione scrive :

[...] Che strada hanno fatto le parole « fruà » del dialetto di Sandro Zanotto? [...] Si può parlare di scavo entro un mondo dato fin dal principio, di viaggio entro una realtà entropica che muove dal « luogo » al « Luogo », dal momento fenomenico di una geografia degradata alla trasfigurazione del sogno, bolgia di metamorfosi e di fantasmi [...]

L’ultima poesia della « plaquette » può essere utilizzata come chiave di lettura di tutte le altre. Zanotto, conscio del proprio valore, allude con amara ironia al fatto di essere poco conosciuto e apprezzato, e fa una differenza tra « la insoniànda del dì » (che lo caratterizza) e « quéi che se insònia| solo de nòte » :

[...] Vorìa pròpio dirve

qua su pa sta carta

(nisùni la lezarà)

che quéi che se insònia pal dì

sa tante robe

che no rivarà mai saére

quéi che se insònia

solo che de nòte

e se desméntega co fa ciàro [...]

Il poeta sceglie di continuare a sognare da sveglio, per vedere « na vèrta de sol drénto| sta calighéla del mondo ».

Questi sogni da sveglio sono « Lo’ghi de l’òmo » perché riportano alle radici dell’umanità, alla capacità di ricordare; fanno capire l’importanza del ricordo per ricostruire una propria storia personale, una propria identità. Se questa interpretazione è corretta, gli elementi di questa ricostruzioe (letti attraverso i « sogni » della raccolta) sono il rapporto – nei suoi vari aspetti – con la donna; il rapporto con la lingua, i luoghi, le tradizioni (anche religiose) della propria infanzia; e infine il rapporto con se stessi, cioè il prendere coscienza di ciò cui si vuole arrivare, e dei mezzi per arrivarci.

Nel 1991 esce Non è di queste acque, riscrittura in italiano delle prime venti poesie che figurano in Aque pèrse. Esse sono materiale privilegiato per un confronto con la versione originale. Pur tenendo conto che questa, come dice l’autore nella presentazione, raccoglie

[...] un fascio di poesie che mi riportavano a un’epoca che volevo dimenticare [...] Mi sembra di aprire una finestra su un paesaggio in cui nulla sia cambiato. Io ho le prove di esserci vissuto, ma non lo riconosco più [...]

e che quindi il lavoro di riscrittura è stato fatto in uno stato d’animo diverso, pure non c’è paragone tra la vivezza, il ritmo, la ricchezza di metafore del dialetto e la versione italiana, che molto spesso viene ad assomigliare a una esercitazione intellettuale.

Accostando No go visto la sagra a Cavalli e giostre sul Po, per esempio, ci si rende conto che i due testi riflettono culture diverse, e che una è intraducibile nell’altra. Si noti come « Salvanèlo » (che chiunque legge e conosce il dialetto sa essere un genietto silvestre, e basta dirne il nome) diventi « figure| trasparenti simbologie ».

Tère vere e Spazio reale corrispondono quasi perfettamente, ma c’è una differenza che pare importante :

[...] Solo le strade

che se cono’se [...]

porta a le tère vére

co cala el sol slongàndo o’nbre

che inségna el mondo no’vo.

Questi versi vengono riscritti così :

[...] Solo gli spazi

ben noti [...]

chiudono il cerchio

del reale, offrendo rifugio

nelle lunghe ombre del tramonto.

Nella versione in dialetto il poeta sembra sottolineare che, al tramonto, le ombre « inségna el mondo no’vo ». Si potrebbe pensare (è un particolare che torna spesso nel romanzo Adone, per esempio) a « messaggi » captati su strade conosciute. In quella italiana, la realtà sembra sentita rassicurante perché ben conosciuta, rifugio e protezione contro le « ombre ».

La riscrittura di Drìo i scuri, che diventa Finestre nella nebbia, fa perdere molto dell’immediatezza e dell’atmosfera di magia dell’originale. « Scuri de picolo’n », per esempio, diviene « imposte sbarrate », mantenendo il senso dell’abbandono ma non quello del degrado. Po’le capitàre paràltro che sta tartàna| sénsa pòsto devénti anca un capitèlo » è riscritto come « Il dio però concede nella nebbia| talora la grazia della visione », facendo perdere completamente la percezione dello spazio limitato che c’è su una barca. I versi conclusivi, soprattutto, sono diversi :

[...] come se i gavése

molà dei scuri che no ghe zé

tuto quélo che podaràve èsarghe

delà da l’arzare, delà dal mondo

delà da mi.

In Non è di queste acque, essi recitano così :

[...] è un riquadro che esattamente

incornicia lo spazio dell’occhio

come da una finestra

su un mondo al di là del limite

insuperabile dell’argine.

A parte la differenza di significato, anche dal punto di vista del ritmo quel « delà, delà, delà » è molto più efficace.

In diversi testi la corrispondenza è puntuale, ma la riscrittura « traduce » il concetto più che i singoli versi, perdendo molto nei confronti dell’originale. Si noti come l’italiano suoni spersonalizzato quando il poeta passa da Zuga i putèi a I bambini giocano. Parlando di un uccello che è volato via dice :

[…] Lu el ga le à le, se mo’ve in alto,

no come mi che me strasino na barca

cofà un sc-òzo, pontà de farme ste strade

drite de aqua sénsa mai rivàre […]

e, in italiano :

[…] in una migrazione ben diversa

dall’ossessivo vagare di una barca

negli spazi rettilinei dei canali

senza alcuna direzione […]

Un altro caso in cui la riscrittura sembra aver tolto la personalizzazione (oltre al ritmo) è il passaggio da Orasion pal gatèlo a Preghiera sul Po. La differenza significativa sembra essere nella conclusione, dove

[…] el ténpo

ze un s-ciàpo de canèle

no finìse mai.

Diventa « l’eternità\ è un ciuffo di canne\ non c’è la fine ». Il tempo che non finisce mai è connotato dalla persona che ne risente, mentre « l’eternità » perde questa connotazione.

La più recente raccolta in dialetto di Sandro Zanotto risulta essere Dadrio del spècio , dalla quale traspare – come dice Fernando Bandini nella prefazione – « un sentimento desolato e senza speranza, consapevole dell’irrimediabile perdita di quelle cose che attraverso il dialetto vengono nominate ». Bandini prosegue così :

[…] In Zanotto il dialetto non rende magica la quotidianità delle cose comuni ma sottolinea, sia pure con amore e struggente nostalgia, la loro irrevocabile morte […] . La testimonianza di Zanotto, la sua consapevolezza dell’irrecuperabilità degli oggetti che costituiscono i referenti della poesia dialettale, non esclude quel nucleo segreto di speranza che è la ragione di ogni poesia […]

Nei trenta componimenti della raccolta si trovano, in prevalenza, sogni e ricordi del passato, oltre a una serie di riflessioni che danno ragione di ciò che scrive Bandini.

Già nel secondo testo il poeta si mette alla ricerca delle « tante robe\ che gavévo pèrso pai ani de la me vita ». Una ricerca che procede a fatica, a tentoni, senza sapere bene che cosa si cerchi, come si debba fare per trovarlo (« No so bo’n de capire i discorsi\ che i me fa”), procedendo – a volte – nella dimensione dell’assurdo (“i me manda su pàle scaléte\ sénsa scalini »), approdando a rive di non-senso (« le scale more in gnénte »). Eppure, alla fine, ciò che si trova è molto di più di quanto si credeva di andare cercando : è « l’amigo pèrso ». Subentra presto, però, il sentimento dell’inanità del far riemergere il passato, e forse la negatività di farlo, dal momento che questa operazione contrasta con l’attenzione dovuta al presente. Il passato è una « bosa sco’nta piéna de s-ciàvi »; il poeta non può innaffiare dei gerani che ne hanno estremo bisogno perché « go da téndare quéla bosa ».

L’infanzia è il periodo felice in cui i bambini corrono « sercàr i baùti de majo”; oggi al poeta

[…] pare proprio de vère

na baùta sui oci

che vièn senpre zo’

se fa fadiga védarghe […]

È inutile, oggi, cercare l’acqua,

[…] de quéla lanpra

dela fontana distante

pèrsa co jèro putèo.

Forse più di altre raccolte di poesia, apparentandosi per l’atmosfera ai due romanzi (specialmente ad Adone) questa trova spiegazione nella “naturalezza” con cui Zanotto si sente in sintonia con “l’avanguardia surrealista”. In diversi testi, fatti concreti scivolano nell’assurdo, diventando fantasticherie, simboli. Si veda, per esempio, Gnanca i baréti ze più quéli. Il poeta visita un vecchio bar, a Monselice. Viene riconosciuto, gli si offre da bere. Quando sale la breve scala che – ricorda – portava al gabinetto, si accorge che essa ora dà accesso solo a stanze vuote :

[…] Ste sale ze svo’de,

gnanca roba vècia,

gnanca na casèla

da tirare par védare.

Par tèra int’un canto’n

ghe ze na spagnoléta intiéra

ma son sensa fulminanti […]

Oltre al motivo della ricerca della « roba vècia », si trova spesso ripetuto anche quello del tentativo di uscire da una situazione senza sbocchi (sensazione che si trovava già ne Il funzionario testimonia). Zanotto sembra rendere conto della « irrevocabile morte » di cui parla Bandini, con gli oggetti che non ci sono più, anche del dialetto, la lingua che li nominava. Si trovano inoltre riflessioni sulla propria vita, come in Vècie fotografie, per esempio :

[…] santini

de pìgrafe, cola fàcia svanpìa

pala po’lvare vècia, tanto so

che “memento homo quia pulvis es”,

lo’ra me tocarà anca mi […]

O in L’istà che pasa, dove il finire dell’estate fa pensare al tempo che rimane da vivere:

[…] Le ore che ne rèsta

co’re su pai lanpio’ni

che se inpìsa masa présto

Uno degli ultimi componimenti della raccolta, in cui il poeta si rivolge a « Toni », sembra riassumere quanto è stato detto in molti dei precedenti :

Parévimo mèsi dàcordo de darghe

el lustrofin a ste arie ciàre, a sti

lo’ghi sco’nti su pàle scaléte spasemàe

de scrècoli (se cavémo na sgresénda

tacà ala caìcia), a sto sol calante

che vièn drènto a speciàrse su quélo

in soàza, smarìo pai ani su pal muro.

Come i raménghi sémo qua scaturii

sénsa capirse: nisùni ne dize gnénte,

no ghe ze gnénte da dire quasù,

fin che remenémo drento i caso’ni

e drio le scansie dele aque pèrse

stréje de robe incartàe ferme da mai.[…]

Toni, che i sia tuti morti?

E noaltri, che no ze gnanco’ra sera?

Si è notato in questa raccolta (ma solo in minima parte) una minore coerenza nella trascrizione dei suoni, e una minore cura nel ricercare gli autentici lemmi del dialetto a favore di altri, più vicini alla parlata odierna, ma proprio per questo calchi dell’italiano.

Come si è accennato, si condividono alcune delle osservazioni che Bandini fa nella prefazione; dove non si è affatto d’accordo con lui è quando – riferendosi al fare poesia in dialetto – parla della « rugosa ametricità del suo verso ». Una lettura accurata di tutte le raccolte in dialetto permette di dire che (anche se esistono degli scarti, specialmente nei primi lavori) i versi di Sandro Zanotto non sono « ametrici »; piuttosto, in questo poeta si osserva la tendenza a sostituire al criterio sillabico quello dei piedi metrici, con una istintiva costanza e regolarità che lo porta a creare inedite forme chiuse.

Nella prima raccolta, sottotitolata « storie venete », la lunghezza dei componimenti, e specialmente dei versi, rende difficile individuare un ritmo, e si ha l’impressione che Zanotto stia ancora esercitandosi alla ricerca di una sua voce. A sostegno di questa ipotesi sta il fatto che alcuni testi saranno riproposti ne El di’ de la conta, dopo aver subito qualche variazione, in particolare una diversa segmentazione dei versi, ciò che ha reso i componimenti più lunghi, ma ha contribuito a creare un ritmo. Le poesie inedite che appaiono in questa raccolta si differenziano da quelle della precedente al punto da farle considerare come il primo compiuto tentativo poetico, in dialetto veneto, di Sandro Zanotto. Costante è la presenza del verso libero, spesso anisosillabico, in genere su base endecasillabica, alternato con altri più brevi; la rima – a volte interna – appare solo in modo occasionale; c’è qualche assonanza. Si comincia a individuare un tentativo di strutturazione. Risulta evidente alla lettura che il ritmo è creato dall’alternarsi di sillabe atone e toniche; accento tonico e ritmico coincidono.

Anche nella raccolta Aque pèrse il ritmo è dato dall’alternarsi di sillabe atone e toniche, e l’accento tonico e quello ritmico coincidono. Insoniàrsi de aque, uscito nello stesso anno, segna una svolta nei confronti delle raccolte precedenti: il criterio dei piedi metrici, piuttosto che quello sillabico, è ancora seguito, ma accento tonico e ritmico non coincidono più.

In un primo momento è sembrato che Sandro Zanotto, in queste poesie, fosse per suggerire (all’interno di alcuni componimenti) la presenza di divisioni in strofe di un numero uguale di versi. Una lettura attenta ha permesso di riconoscere, però, anche una struttura interna. In mancanza di un numero fisso di sillabe per verso, o un alternarsi regolare di versi aventi un numero disuguale di sillabe, essa non poteva che essere basata sul ripetersi – regolare – del numero di accenti ritmici per verso. È quanto si è constatato.

Il verso che si trova più di frequente nelle poesie di questa raccolta è l’endecasillabo anisosillabico. In quelle di Lo’ghi de l’omo, invece, è l’ottonario anisosillabico; la struttura è data ancora dal ripetersi regolare di accenti ritmici per verso.

Dal punto di vista della metrica, le poesie di Dadrìo del spècio sembrano voler riproporre – a volte mescolati tra loro – tutti gli elementi strutturanti apparsi nelle raccolte precedenti. Si trovano così, per esempio, (ma non in interi componimenti, piuttosto in alcuni versi) una coincidenza tra accento tonico e ritmico; il verso varia dall’endecasillabo anisosillabico, in alcune poesie, all’ottonario anisosillabico in altre; ci sono componimenti in cui tutti i versi hanno due accenti ritmici, altri nei quali è esclusivo soltanto un accento ritmico per verso.

Nel complesso sembra che Sandro Zanotto, pur rimanendo fedele a una voce basata sull’accento ritmico del verso, sia arrivato a una grande libertà nei confronti di se stesso, di regole da lui stesso instaurate. (Instaurate istintivamente, senza predeterminazione, se si sta alle sue stesse parole :

[…] Io opero (come molti altri scriventi) basandomi su criteri non dichiarati, prevalentemente affidati all’inconscio, per cui non riesco assolutamente a razionalizzare il mio operato […] ).

Nel suo più che ventennale percorso poetico Sandro Zanotto ha dimostrato di aver acquisito (quasi subito) e mantenuto una ferma padronanza del ritmo, che non si interrompe mai; non c’è mai niente che strida, anche quando meno è rispettata la regolarità nell’alternanza degli accenti ritmici. Si vedano, per esempio, dall’ultima raccolta, i versi iniziali de La létara :

So’n rivà vanti dela rosta

e no te go trovà come che jèrimo

dacordo, me tocarà scriverte

‘na létara, co sta péna che co’re

via da ela sola sénsa farme inténdere

gnénte de quélo che scrivo anca

parché no ghe védo; cosa mai

te gavaro’ contà? […]

Oppure quelli di Vècie fotografie :

Sbruffàe de polveràsi vièn su

de ste ratatùie che insistìso

a remenàr driomàn par ste sofite

che no ghe so mai sta, anca se

cogno’so tuti i canto’ni […]

O, infine, quelli conclusive di Ze proprio spavento :

[…] Come farò ‘ndar via de qua,

che no so parcòsa ghe so vegnùo,

le oltrìghe me intriga le ganbe,

no trovo pì le prie che saltavo,

no podaro’ mai dormire qua?

Co go paura no so bo’n de butar fo’ra

el sigo che me vièn su dal pantàso fo’ndo.

Come si è accennato, non ogni componimento è assimilabile agli esempi riportati; esistono degli scarti, ma che Sandro Zanotto segua il criterio dei piedi metrici (cosa che altri poeti che scrivono in dialetto veneto faranno, dopo di lui) sembra ben dimostrabile, tanto da poter dire che esso diventa elemento fondante della sua voce.

A conclusione di questo lavoro resta da accennare ai due volumett editi nel ’96 : Antologia personale, per la quale l’autore stesso aveva scelto le poesie, tutte in veneto, e il romanzo Manoscritto rinvenuto a Villa del Conte. Riprendendo la tradizione del « manoscritto ritrovato », Zanotto compie un’operazione di sintesi dei suoi scritti, in poesia e in prosa. Come egli stesso dice nella “Avvertenza” premessa al romanzo, si tratta del “resoconto di un viaggio nella morte della cultura contadina”, di cui era forte caratteristica la mescolanza di riti e credenze della religione cattolica con superstizioni (qui riproposte da filastrocche in veneto, nel tessuto italiano del testo).

Sandro Zanotto ci ha lasciato nel dicembre dello scorso anno . Nel terrazzo dell’appartamento all’ultimo piano dove abitava (lo stesso che appare ne La fiora del vin, con il titolo El terasìn dei novèi), c’è un grande angelo di pietra dall’espressione dolce e serena. Guarda lontano, sopra i tetti e gli alberi. Così deve aver fatto molte volte Sandro Zanotto, ancorato alla terra ma insieme capace di “accedere all’inesplicabile” . Come ogni poeta, del resto.


1 F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990, p. 283.

2 S. Zanotto, Basso orizzonte, Amicucci, Padova 1959, p. 7.

3 S. Zanotto, La Venere del Buttini, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1966, pp. 116-117.

4 Ivi, p. 232.

5 Le parole perdute cit., p. 284.

6 Lettera autografa di Zanotto, 9 luglio 1994.

7 S. Zanotto, Delta di Venere, Rusconi, Milano 1975, p. 7-8.

8 S. Zanotto, Adone, Vallecchi, Firenze 1984.

9 Le parole perdute cit., p. 284.

10 S. Zanotto, Aque perse, Lunario Nuovo, Acireale 1985, p. 9.

11 S. Zanotto, Loghi de l’omo, Boetti & C., Mondovì 1988, p. 9.

12 S. Zanotto, Non è di queste acque, Editoria Universitaria, Venezia 1991, p. 11.

13 Zanotto stava preparando Cantoni nel mondo, che è rimasta inedita, salvo Quattro componimenti ora pubblicati nella Antologia personale, Prefazione di Giovanni Tesio, Campanotto Editore, Udine 1996.

14 S. Zanotto, Non è di queste acque, Editoria Universitaria, Venezia 1991, p. 11.

15 Lettera autografa di Zanotto, 17 maggio 1995.

16 Vedi nota 13.

17 1997

18 Manoscritto cit., p. 55.