I. FURTIVE LINGUE.
I POETI DIALETTALI DELL’ULTIMA GENERAZIONE IN PUGLIA

Non ci dovrebbe essere ormai alcun dubbio che il dialetto può andare anche in Puglia verso una capacità creativo-espressiva liberata da antichi ritardi. I pochi giovani, al di qua o al di là dei quarant’anni, che scrivono consapevolmente oggi in dialetto sentono urgere la situazione di crisi che investe i linguaggi. Questi si distendono lungo il patagio epocale che porta dalla civiltà agricolo-artigianale, organizzata gerarchicamente e attenta all’autorità della tradizione letteraria, ad una civiltà di massa caratterizzata da un grande movimento di culture e subculture alla ricerca delle loro identità, antagoniste dell’inevitabile omologazione in atto.
Attraverso il testo poetico, il dialetto consapevole si scava numerosi collegamenti sia con i retropiani emotivi e pulsionali di specie psichica, sia con i piani comunicativi di valore più propriamente sociale e linguistico. È capace, cioè, di valorizzare le sensazioni più profonde, i dati meno consci, così come è in grado di sostenere un discorso cha da prevalentemente lirico o gnomico, si fa anche narrativo, coinvolge una cera parte di storia e soddisfa l’esigenza del recupero della memoria comunitaria. Il dialetto vive così in equilibrio tra realtà e poesia, è realistico e simbolico-metaforico insieme, fusione di primitivo e di moderno, semplice e problematico. In quanto sostegno all’igiene mentale e al colloquio tra passato e presente, il dialetto ha significato nelle giovani generazioni che l’hanno adottato un’acquisizione, per così dire, di armonia, su cui innesta nuove tensioni e sovrastanti discorsi di denuncia e di alienazione.
Per la Puglia dialettale degli anni ’80 la svolta è stata inequivocabile, sicché dal Gargano al Salento si può tentare di ridisegnare, sulla trama soggiacente degli ormai affermati Strizzi, Borazio, De Donno e Gatti, un filo rosso che, con prudente beneficio di inventario, tocca i nomi, da nord a sud, di Francesco Granatiero di Mattinata, Domenico Rignanese di Monte S. Angelo, Lino Angiuli di Valenzano (più conosciuto come poeta in lingua), Raffaele Nigro di Melfi (lucano, quindi, ma ormai naturalizzato pugliese), Peppino Zàccaro di Bari, Michele Muschitiello di Bitonto, Salvatore Fischetti di Lizzano (prov. di Taranto).
Granatiero, che ha una notevole consapevolezza formale, fa funzionare il suo dialetto in una direzione anzitutto di recupero della gestualità e del linguaggio antico in cui è inserita una verità indistruttibile. Essa può essere la verità elementare racchiusa nella fattura del pane o nel fuoco del braciere, o può essere il lamento e la rabbia per la condizione del contadino: “I’ av’ ‘anchjì l’acque assenza / tròzzele assenza antenne, tise sope / la préte de la pescine, / p’la corda nfòsse e i mméne / rosse rosse. /I av’ ‘adacqué l’ùrte sere e matine, / abbuuré lu mule, anghjì la pile / alli jaddine. /Ije m’av’ ‘a fé la scarpenéte. /Ije m’av’ ‘a sckanté, i’ av’ ‘a calé / lu panarìdde, accite / la spresòrde (Io dovevo riempire l’acqua senza / carrucola senza antenna, teso sopra / la pietra della cisterna, / con la corda bagnata e le mani /rosse rosse, /Io dovevo adacquare l’orto sera e mattina, / abbeverare il mulo, riempire la vaschetta / alle galline. /Io dovevo farmi la scarpinata. / Dovevo spaventarmi, dovevo calare / il panierino, uccidere / l’aspide sordo).
Ad ogni modo l’individuazione di questo mondo (nella raccolta‘U iréne [Il grano], 1
pres. di G. Tesio, Roma, Ed. Mario dell’Arco, 1983) fino a ieri vivente, non sa fermarsi per Granatiero a schegge pur nobilmente liriche o risentite. Con La ppréte de Bbacucche (la pietra di bacucco, usata per la trebbiatura a strascico), poemetto presentato da G. Tesio per le edizioni ‘ Ij Babi Cheucc’ (Mondovì, 1986), l’autore di Mattinata tenta la misura del racconto, il respiro narrativo che è caratteristica importante della moderna poesia dialettale. Granatiero riproduce un mondo di fatica e di sacrifici, quello della mietitura, in cui sono impegnati collettivamente uomini e animali e la cui posta in gioco è la stessa sopravvivenza. È un piccolo grande affresco che coinvolge tutte le risorse del poeta, sia sul piano formale (Tesio ha sottolineato l’uso delle rime in tutta la loro gamma) che su quello sentimentale e fantastico.
Il Sud, invece, che ci vuole raccontare Domenico Rignanese di Monte S. Angelo nel suo volumetto Quando la terra vive, quando muore, quando chiama (Associazione Pro Monte S. Angelo, s.d.), è un Sud senza aloni fiabeschi, tutto immerso nella sua dura storia di emarginazione e di sfruttamento. I paesi si spopolano e così le campagne. È una realtà che fino agli anni ’60 e oltre ha caratterizzato il mondo rurale del Mezzogiorno. L’emigrazione ha inciso profondamente nella psicologia ella gente e ha reso straniero chi è giunto fino al limite della disperazione: “Quant’anne jà patisce ancore, /e quanta pène? /So’ fatte vecckje: /a falce ne mète ckjù u iréne /e nen ce stè l’arète: /da u munne vularrije / ca me peggkjèsse (Quanti anni devo ancora patire, / e quante pene? / Mi sono fatto vecchio: / la falce non miete più il grano / e non ci sta l’aratro: /dal mondo vorrei / che mi prendesse). La poesia dialettale di Rignanese è lirica e drammatica insieme. Essa si riferisce sì ad una realtà particolare, ma è come se vi riconoscessimo la condizione universale dell’uomo sfruttato e privo di libertà. Piace particolarmente quella sua attenzione alla memoria e attraverso questa la volontà di vivere e di saper resistere. Memoria che serve a ricordare, tra l’altro, le manipolazioni e i ripensamenti di certa politica agricola di questi ultimi anni e quindi gli inganni e le delusioni ricadute puntualmente su chi ora non vuole più ritornare sulle terre ormai abbandonate.
Attraversato da luci drammatiche e inquietanti è il Sud in dialetto dei ‘baresi’ Angiuli e Nigro. Non è il loro un dialetto dell’armonia, recupero difficile ma coerente di una tradizione che va scomparendo, di un dato dimenticato. È invece una lingua mutila e intermittente, coniugata ad un’ironia a volte acre e amara che sa di avere a disposizione solo spezzoni di un popolo trasfigurato e centrifugato dai frequenti lavaggi del cervello.
In Angiuli sembra dominare un certo atteggiamento espressionistico eppure scanzonato, che coglie la durezza della condizione senza alcun pudore: “Frademe e attaneme stonane precuete / senza paiugghie bianghesciate / né cu scubue né cu bresckone / nan se caporne na morta bbone / da chidde quarte de Uasciandòne /pe nan nge scie speguanne minue / pe nan nge scie serchianne mùerue / pe du terrise alla mariole / senza dìsceue o margiale / pe scalià do pelpetagne chine de pennisce scuerze e sagne / jè p’abbevèsce c’avonne muerte // pe strettegghiarse dalla zoche / e petè disce stogghe toche // damme adénze / fillècènze” (Mio padre e mio fratello / hanno sepolture imbiancate / da nessuna calce da nessun pennello / sbagliarono a scegliersi la loro morte / in un paese americano / pur di non vivere da mandorli / pur di non ingoiare muco / e fare un po’ di soldi / senza doverli chiedere alla zappa / e lasciarsi indietro quello scantinato / pieno di
legna sangue sudato / è per resuscitare che non son morti // per liberarsi dalla
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fune / e poter dire stiamo bene // ti prego basta darmi ascolto / non ho voglia di giocare molto –14: ‘La fine del mondo’, in Iune la luna, Fasano, Schena, 1979).
Per Nigro, ben altrimenti ora consegnato alla cronaca e alla storia letteraria con le sue fortunate opere narrative, il dialetto è un retropiano che può invadere in ogni momento il fronte della lingua (non è anzi il dialetto una della chiavi più efficaci per entrare nelle sue opere, da Il grassiere al premio Campiello I fuochi del Basento ?). è un dialetto che avanza e arretra seguendo i limiti della coscienza, le sue emersioni e immersioni hanno l’alternanza significativa di segnali sempre minacciati di soffocamento, e pur sempre ritornanti dai movimenti ritmici di una musica-armonia ormai attingibile solo a prezzo di una vera e propria deformazione percettiva: “a a /aa /e la ciuccia mia /’ndo stà /iss la te’ / eraeraeraè /ae / ae /tarantella tarantè / tu l’abball / e ie cu te si tu cant /ie m’ingand /si tu grede / ie chiange e rede /tu te ‘ngrass /ma ru sacce / tu vù di’ /osce e crai /sagrefi’ / qua però s’hadda firni’ / rubb e sbaglie / a te grane / a me la paglia / una a te / una a te / una a iss / n’auta a te / ae / ae … (aa/ aa/ e la ciuccia mia / dove sta / lui ce l’ha / tu ce l’hai / eraeraeraè / ae / ae / tarantella tarantè / tu la balli / e io con te se tu canti / io m’incanto / se tu gridi / io piango e rido / tu t’ingrassi / ma lo so / tu vuoi dire / oggi e domani / sacrifici / qua però si deve finire / rubi e sbagli / rubi e sbagli / a te grano / a me la paglia /una a te /una a te / una a lui / un’altra a te / ae / ae…, in Giocodoca, Fasano, Schena, 1981)
Su un piano un po’ scontato di utilizzazione espressiva del dialetto ritroviamo Peppino Zàccaro, nel quale un non secondario registro contemplativo si alterna ad esiti di più pungente e moderna osservazione sociale. Tinte bonariamente ironiche sono, ad esempio, nell’elogio del telefono o nella descrizione dei grattacapi del condominio, entrambi in Bare core mi (pref. di P. De Ruvo, postf. di V. Maurogiovanni e una nota di D. Giancane, Bari, La Vallisa, 1987): “Ognettande m’addemanghe: /velèsse canosce probbete u nome / du cudde cerveddone / c’à ffatte chessa nvenzione. / Ce tu u’acchiamjende fisse fisse / e bbèlle bbèlle / da vecìne o da lendane / pare ca te parle com’a nu crestiane (Ogni tanto mi domando:/ vorrei conoscere proprio il nome / di quel cervellone / che ha fatto questa invenzione. / Se tu lo guardi fisso fisso / e lentamente / da vicino o da lontano / sembra che ti parli come una persona). Drammatico e accorato è invece il lamento della madre di un drogato, che si riscatta egregiamente anche per certo tono di aura jacoponica: “Figghie, figghie mì / jì non t’accapiscke chiù / te so cresciute com’a nu palumme / da quante jive peccenunne / chine, chine de premure / com’a nu buchè de fiure. / Po’, na maldetta ddì te ne sì sciute / e jind’alla droghe sì cadute” (Figlio, figlio mio / io non ti capisco più / ti ho cresciuto come un colombo / da quando eri piccolino / pieno, pieno di premure / come un bouquet di fiori. / Poi, un maledetto giorno te ne sei andato / e dentro alla droga sei caduto).
Ad un dialetto impegnato soprattutto sul recupero di interi blocchi di cultura etnica ci conduce L’àrte de r’alòje di Michele Muschitiello (pref., trad. e note di G. Moretti, ill. di G. Castro, commento musicale di G.Piacente, Bitonto, Grafiche Arcobaleno, 1987). L’opera è un singolare poemetto epico-didascalico sull’arte della molitura delle olive, le cui fasi sono seguite con la puntualità del filologo attento ad ogni movimento ed oggetto. La narratività didascalica del poemetto è ulteriormente sostenuta da numerose illustrazioni che inframmezzano il testo e che hanno nel loro lindore figurativo la vocazione al cartellone del cantastorie.
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Ritorna con Muschitiello, ma con una fantasia a volte trattenuta dal rigore formale della composizione, l’elemento comunitario del dialetto, cioè la volontà di circoscrivere ed evidenziare la cultura contadina come cultura sociale e insieme materiale: “A la dì de jòuce l’alòje se fatiche / a re trappètere accàume a r’andòiche, / che ll’àrte ch’a nìue ne jònne ‘mbarèute / r’attèune de r’attèune de re tìmbe passèute (Al giorno d’oggi l’oliva si lavora / nei frantoi come [usavano] gli antichi / con l’arte che a noi hanno insegnato / i padri dei nostri padri dei tempi [ormai] passati). È appena il caso di riflettere sul finale di sapore gnomico, imperniato sull’utilità non solo ovviamente economica del prodotto oleario, ma sull’uso metaforico dello stesso, adatto cioè per ungere le ruote del potere politico. Contro il quale Muschitiello ha continuato, in altre sparse prove in versi, a inveire, denunciando il trasformismo e l’opportunismo che ammorbano il palazzo e realizzando comunque, per questa via, una vena di sapido umore polemico.
L’elogio dei mestieri si rintraccia pure nel libro di Fischetti, Scardi, (pres. di R. Jurlaro, disegni di G. Pisconti, Fasano, Schena, 1982), che mostra tuttavia di aver travasato nel dialetto una gamma più varia di impressioni e un più esplicito spirito di solidarietà politica con i ceti contadini: il che non è tra gli esiti minori della poesia dialettale delle giovani generazioni pugliesi degli anni ’80. il conciabrocche, il seggiolaio, il venditore di paglia recuperano un ‘flatus vocis’ che rimanda ad una realtà il cui versante sentimentale idilliaco è sovrapposto alla violenta condizione della vita-trebbiatolo del contadino-bracciante: “Croc’e ppitrara ti scarùfa-tèrra: / cramègna, scrascì, sguazzi, pètr’e ppètri, / cu lli tassi ca sàgnun’e spògghiunu. /Sti tèrri nuèstri – sotta sbacantuti -,/ mancati comu spugni, pi lli vòri, / nancati comu ncerti ca canoscu, / sanguètti sòntu ti soldi e ffatìa” (Croce e rebbiatolo di mangiaterra: /gramigna, rovi, rocce, pietre e pietre, / con la tasse che salassano e spogliano. /Queste terre nostre – sotto vuote-, /ingorde come spugne, per gli inghiottitoi / ingordi come certi che conosco, / sanguisughe sono di soldi e fatica).
Il passato è visto da Fischetti in funzione del presente. L’abbandono della memoria non permette il passaggio consapevole alla nuova realtà del mondo contemporaneo, che rende i valori soggetti ad un moto rapidissimo e sconvolge, sul piano materiale, gli ecosistemi (si vedano, ad esempio, Li tagghiàti, le cave). Questi nuclei civili e politici della poesia di Fischetti, riconducibili ad un senso molto acuto dei bisogni della comunità, dell’ethnos (a motivi vitali della moderna poesia dialettale), si alternano ad una sensibilità impressionistica notevole, ad una cattura di microrealtà, di fenomeni, di visioni che servono il versante simbolico o sapienziale dell’espressione poetica in dialetto. La memoria significa anche il vicinato, gli odori natalizi, i misteri di venerdì santo, la tarantata; ma permette anche l’occhio tersamene infantile sulla primavera, l’agnello, il venticello, il grano. L’orecchio di Fischetti si rivela così addestrato ad una musica molteplice e versatile che si nutre, più che del formalismo strutturale della rima, di un appassionato scavo in ogni parola che sappia restituire l’organismo tuttora vitale di un dialetto, dei dialetti. Che sono sì marginali, ma hanno tutte le carte in regola per imporre la diversità straniante delle lingue periferiche, altre, delle comunità reali della Puglia e dell’Italia.

Sergio D’Amaro

[in “Diverse Lingue”, IV, 6, luglio 1989, pp. 81-89] 4

II. LE PUGLIE DIALETTALI

[Giornata di studi molto feconda quella svoltasi il 18 gennaio 1999 a San Marco in Lamis (Foggia) sulla Poesia dialettale pugliese del Novecento.Il merito va alla Fondazione Soccio, che ha promosso il convegno in collaborazione con l’amministrazione comunale della cittadina garganica .Nell’auditorium della scuola media “De Carolis” si sono ritrovati molti tra i maggiori studiosi della letteratura dialettale non solo pugliese: i romani Ugo Vignuzzi e Achille Serrao, i baresi Michele Dell’Aquila (presidente della Fondazione Soccio) e Daniele Giancane, il foggiano Giuseppe De Matteis. Il leccese Donato Valli, assente per motivi di salute, ha fatto pervenire invece la sua relazione.
Il convegno ha messo a fuoco un bel ventaglio di questioni che meritavano un attento riesame dopo l’uscita, tra anni ’80 e ’90, di alcune antologie importanti (a cura di Tesio, Brevini, Spagnoletti e Vivaldi, Serrao, Bonaffini). Un riesame anzitutto di carattere generale, con l’attenzione puntata sui rapporti tra dialetti e dialettalità, come ha fatto il prof. Vignuzzi dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma; o sulla situazione attuale della poesia dialettale in Italia, come ha sottolineato lo scrittore Serrao. La relazione di Vignuzzi è stata stimolante per più versi: per la larghezza di orizzonti storiografici, per ricchezza di riferimenti ad autori importanti della letteratura italiana moderna e contemporanea, per capacità di prospettare problemi e di proporre sollecitazioni anche di carattere operativo ( come ad esempio, un sito internet per la documentazione dei dialetti pugliesi da ubicare presso la Fondazione Soccio). Serrao ha sottolineato, sul versante creativo che gli è più congeniale, il ruolo che la poesia in dialetto (o il dialetto usato come lingua della poesia) assume nei tempi difficili della omologazione totale della cultura di oggi, paventando quella che l stesso Serrao ha chiamato polverizzazione estetica, che potrebbe specchiare uno schizofrenico bisogno di liberarsi dall’alienazione.
Le indagini subregionali sono state affrontate da De Matteis, dell’Università di Pescara, per la Capitanata, da Giancane, dell’Università di Bari, per la Terra di Bari e da Valli, dell’Università di Lecce (di cui è stata letta solo però una sintesi della relazione sul Salento, essendo, come s’è detto, assente per malattia). Ricchissimo il quadro complessivo della regione Puglia, sottolineato con forza dal prof. Dell’Aquila (dell’Università di Bari, presidente della Fondazione Soccio e coordinatore della prima parte del convegno) e lumeggiato ulteriormente nelle comunicazioni lette da Michele Coco, Sergio D’Amaro, Mariantonietta Di Sabato, Rosario Jurlaro, Vincenzo Luciani, Michele Notarangelo e Cosma Siani.
È emerso, insomma, dal convegno (arricchito dalla presenza di poeti di valore come Cristanziano Serricchio, Lino Angiuli, Francesco Granatiero e Michele Sacco, che hanno recitato loro testi) la condizione di una regione che a saputo conquistarsi un suo distinto status letterario anche nell’uso dei suoi molteplici dialetti, e che ha saputo tra l’altro esportare questa particolare vis espressiva nel cinema, in TV e finanche nelle canzonette. Mistero del dialetto, pronto a rivitalizzare la lingua comune, a scambiare apporti e derivazioni, a creare nuove immagini.]

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QUASI UN RITORNO AD ITACA

In questa breve comunicazione, farò qualche accenno a questioni che riguardano
la poesia dialettale. Tenterò di far questo ponendo il tutto sullo sfondo dell’età che viviamo (sullo sfondo, meglio della percezione di essa) e utilizzando una metafora molto saccheggiata, che è la metafora di Ulisse. Concluderò con un veloce inventario sui dialettali pugliesi.
Com’è noto, Ulisse, dopo dieci anni i guerra e di viaggi, tornò ad Itaca, l’isola che lo aveva visto nascere e crescere al coraggio e alla lingua, che lo aveva avvezzato ad una patria. Valori, tradizioni, parole che il nostro eroe aveva assimilato nella sua lontana infanzia e che non avrebbe svenduto per nessun oro al mondo. Si dà il caso che Ulisse abbia progressivamente udito di altri mondi, di altre culture, di altre lingue. Varie poi furono le sue esperienze, finché i popoli della Grecia non decisero di fare la guerra ai Troiani. Venne, anche per lui, il distacco dalla sua isola ed un’assenza che si sarebbe protratta oltre ogni previsione.
Il distacco significò perdita oggettiva delle radici e, dopo la guerra, una lunga peregrinazione per popoli e lingue prima di riapprovare ad Itaca. Un vero, grande viaggio di confronto, dunque, ma anche di grande sforzo per conservare la memoria della patria tanto desiderata e del suo focolare linguistico.
Fuor di metafora, potremmo paragonare la parabola di Ulisse a quella dell’individuo novecentesco, approfittando anche qui dei buoni uffici del signor Joyce e dei suoi compagni di strada, più o meno attratti da altre Odissee. Nel nostro secolo è avvenuto questo cortocircuito tra passato e presente, e in pochi anni si è rischiato di buttare il bambino con l’acqua sporca.
Ma per fortuna le elaborazioni culturali sono molto più lente delle ruspe distruttrici del progresso socioeconomico. Se da una parte c’è stata la corsa all’omologazione, dall’altra c’è stata tuttavia una tendenza anche marcata alla conservazione delle vecchie piccole patrie. Ad un’epoca di globalizzazione del mercato si è risposto con una sorta di antidoto, di risorsa estrema, portando in evidenza le periferie linguistiche: un sistema planetario molto complesso e irriducibile ai centri di irradiazione di potere e di prestigio.
A tutto questo, l’Ulisse contemporaneo ha reagito col suo diàlektos, col suo dialetto? Il dialetto è parte di questo processo di decentramento globale? La risposta sembra essere proprio sì, con riferimento s’intende all’Ulisse italiano, alla situazione italiana e alla storia letteraria italiana, così già propensa a diramarsi in tanti percorsi dialettali da almeno cinque secoli.
La poesia dialettale ha acquistato nell’ultimo ventennio una dignità straordinaria rispetto a prima; è stata scelta come espressione letteraria alternativa ad un sempre maggior numero di scrittori (l’esempio clamoroso per eccellenza resta quello di Albino Pierro); ha ricevuto sempre maggiore attenzione dalla critica e si è avuta le sue antologie autorevoli. La poesia dialettale in Italia ha accompagnati e reso emblematici i processi di resistenza non solo all’italianizzazione pur sacrosante, ma anche all’anglicizzazione più strumentale.
Cambiare conservando, cambiare ricordando: conservando e ricordando un patrimonio di cultura linguistica inestimabile, così come indica chiaramente la recente edizione del dizionario etimologico I dialetti italiani, allestito da Manlio Cortelazzo e Carla Marcato per la Utet. 6
Volendo qui solo limitarmi ad una presa d’atto del fenomeno, non è intenzione di questo intervento discettare sulle cause di esso. Basti dire solo che il nostro Ulisse, nel viaggio di ritorno a casa, ha creduto bene di fissare il cambiamento e le risonanze anche laceranti di esso ricorrendo al suo diàlektos.
Sulla Puglia in dialetto c’è molto da dire e gli studiosi qui presenti, che si occupano di quest’area o delle sue sotto-aree, stanno a dimostralo. Io procederò per assaggi rapidissimi, sviluppando magari gli spunti contenuti nell’antologia dei dialettali meridionali pubblicata nel ’97 negli Stati Uniti e curata da Luigi Bonaffini (Dialect Poetry of Southern Italy, New York, Legas).
A secolo quasi finito, si può ben dire che la Puglia esce a testa alta dal confronto con altri luoghi di produzione espressiva. I nomi che oggi possiamo fare senza tema di molte smentite (come quelli di Strizzi, Borazio, Tusiani, Gatti, De Donno, Angiuli, Granatiero) sono acquisiti a regesti poetici più ampi e vengono considerati alla pari con i poeti in lingua. Al dialetto pugliese non manca più niente per soddisfare ugualmente il versante latamente sociale e quello latamente lirico dell’espressione poetica. Il dialetto è anche qui insomma lingua poetica, scelta fiduciosa di una patria interiore, veicolo di sentimenti e di risentimenti nel gran crogiuolo della storia contemporanea.
Certo, quello che più parrebbe far riflettere oggi è la cosiddetta poesia neodialettale, quella che fa del dialetto una lingua interiore, una lingua neostilnovistica o neoorfica. Penso, in questo caso, soprattutto a Francesco Granatiero ( che è per taluni aspetti vicino al lucano Pierro). In Granatiero c’è un bell’esempio del punto di tensione cui può giungere la reintegrazione drammatica di una patria spirituale, il reimpossessamento del senso dell’esistenza, vissuto quasi come una nostalgia impossibile.
Viene da chiedersi: questa nostalgia è nostalgia dell’infanzia, del mondo contadino? O nostalgia dell’innocenza, di una vitalità pre-razionale? È nostalgia di una unità perduta, nostalgia del preconscio?
La cosiddetta poesia neodialettale sembra recuperare alcuni momenti essenziali della poesia che fu della prima metà del ‘900, da Ungaretti a Scotellaro. È come se il conflitto, in effetti, tra premoderno e postmoderno fosse deflagrato nell’intimità della coscienza e là si svolgesse, attraverso il linguaggio due volte eccentrico, di volte marginale della poesia e del dialetto. Una nostalgia che è pressoché incomunicabile, non solo per pudore, ma perché vi è la disperazione di essere ascoltati o la certezza di essere inascoltati. Né la traduzione in italiano riesce a mediare più di tanto questa punte di angoscia.
Difficile produrre una nuova patria, difficile ritrovarla intatta al ritorno. Lo ha sperimentato il nostro Ulisse, lo hanno sperimentato secoli di poesia, e infine i poeti dialettali della nostra regione. Ormai è un quarto di secolo che la generazione di Angiuli di Granatiero ha preso coscienza di questa distanza incolmabile. Granatiero ha preferito immergersi tra le ombre dei morti, tra gli inferi della sua terra, con l’urlo di chi scorge il volto spettrale del passato. Angiuli, con una disinvoltura che può parare solarità, ha preferito invece giocare con questa funzione-gambero della memoria, più avvezzo forse ad una visione disincantata del Mezzogiorno e della sua storia. In Angiuli, la tastiera ludico-ironica ha prevalso così sul recupero lacerante ed espressionistico di mondi sepolti. Ne è nato un fitto colloquio, composto più di ammiccamenti che di rimpianti, più di suggerimenti che di malinconie, più di frammentari barbagli che di compatti incubi notturni. 7
Ed ecco per quale via, attraverso le ultime generazioni che si continuano in più giovani personalità poetiche, la Puglia dialettale ha percorso il suo cammino. Molti, moltissimi sono oggi i nostri poeti dialettali, non pochi quelli che hanno un ben distinto profilo di dignità letteraria (anche se occorre sempre stare attenti a non confondere il grano col loglio).
Ciascuno partecipe a questo ritorno ad Itaca, ciascuno con la sua zattera o il suo battello più o meno connesso di parole (qualcuno, come Cristanziano Serricchio, ha preso la strada di Itaca dopo un altro lungo viaggio poetico in italiano; qualcun altro, come il giovane Leonardo Aucello, ha trovato nel dialetto una sua indurita arcaica patria). Il Duemila potrebbe essere veramente ricco di sorprese.

Sergio D’Amaro

[Questa comunicazione si trova ora ospitata negli Atti del Convegno, La poesia dialettale pugliese del Novecento, a cura di G. De Matteis, Foggia, Il Rosone, 2000, pp. 97-99 ]

III. NEL VERSO DELLA MADRE ANTICA.

I POETI DIALETTALI DELLA CAPITANATA

La letteratura dialettale pugliese è stata, fino al secondo dopoguerra, imitativa e ripetitiva. Sicché potremmo senz’altro sottoscrivere quanto andava affermando Pisolini nel lontano 1952 nel suo saggio introduttivo alla Poesia dialettale del Novecento (ed. Guanda), lamentando un romanticismo ritardatario, melodico, privo di qualunque spunto polemico e veristico, malgrado le drammatiche vicende storiche verificatesi tra Seicento e Unità e di qui fino alla metà del nostro secolo nel Mezzogiorno. Gli ultimi 40 anni, però, hanno portato tali mutamenti economici e sociali (la rivoluzione demografica, cioè quasi cinque milioni di persone impegnate nelle migrazioni; la rivoluzione tecnologica, l’emancipazione politico-culturale delle vecchie classi subalterne), da incidere profondamente sul rapporto tra lingua e dialetti e quindi sul modo di produzione della letteratura in dialetto. È stato proprio il processo di italianizzazione a rendere più netto l’ambito funzionale del dialetto, così che anche la poesia dialettale, e la poesia dialettale pugliese in particolare, ha esteso grandemente il suo ventaglio espressivo, puntando sempre più spesso sul recupero della propria memoria storica e sulla consapevolezza della propria identità culturale.
Si può parlare a questo punto di dialetto “progressivo”, secondo una terminologia cara a Ernesto De Martino, di un dialetto cresciuto storicamente e 8
ideologicamente, vicino alle istanze della realtà contemporanea e aperto a forme e contenuti completamente rinnovati. Non più solo il dialetto del bozzetto e della farsa, della caricatura e dell’idillio, del sonetto e della sentenza, ma un dialetto che affronta, ad esempio, il tema sociale e politico portandovi quindi nuovi referenti e nuovi significati; oppure un dialetto che esprime l’intimità del poeta proiettandone i sentimenti su uno sfondo di solitudine e di angoscia, ingredienti quotidiani della civiltà delle macchine. Si verifica insomma un riavvicinamento tra esigenza del dato reale, anzi del realismo della poesia dialettale, ed esigenza della rappresentazione estetica, fondata su una ben individuata e matura capacità espressiva, e relativa all’autonomia conoscitiva propria dell’arte.
Conferma quanto andiamo dicendo il denso saggio sui dialettali meridionali di Carlo A.Augieri premesso alla prima delle quattro sezioni della grossa antologia-dossier sulla poesia del Mezzogiorno nel dopoguerra, curata da Antonio Motta e introdotta da Leonardo Mancino per l’editore Lacaita col titolo Oltre Eboli: la poesia. La condizione poetica tra società e cultura meridionale (1945-1978). L’analisi di Augieri è fatta in un’ottica esplicitamente ideologica, ma consente di differenziare, ad esempio, il dialetto ‘popolare’ e realista, il dialetto cioè usato in funzione contestativa, di N.G.De Donno, A.Curcio, F.P.Borazio, S.Calì, I. Buttitta, B.Lobina, P.Mura dal dialetto ‘metaforico’ di A.Pierro, P.Gatti, V.Clemente, A.Dommarco, E.Cirese, Vannantò, G.Strizzi e G. Battaglia; dialetto invece quest’ultimo legato sostanzialmente alla ‘funzione-Petrarca’ della lingua poetica, che riflette forme artistiche tipiche della letteratura nazionale dotta ed esprime il bisogno di rifugio-ripristino della cultura nativa, aprioristicamente considerata innocente e pura nei confronti della ‘barbarie’ capitalistica del presente.
Analizzando alcuni autori dell’area dauna andiamo a verificare un campione territoriale e umano ritagliato in una condizione socio-culturale di frontiera, ulteriormente differenziabile al suo interno in corrispondenza delle tre zone geografiche che compongono la Capitanata (Gargano, Subappennino e Tavoliere). In Capitanata ritroviamo i caratteri della poesia dialettale che abbiamo già indicato per l’area pugliese e meridionale, e che Michele Dell’Aquila nel suo volume Parnaso di Puglia nel ‘900 (Bari, Adda, 1983), ha meglio specificato come poesia fondata sul registro consolatorio-contemplativo, eminentemente lirica ed egocentrica, e su quello gnomico-sapienziale di ispirazione più schiettamente popolaresca. Domina nel dialetto dei poeti dauni, da Pugliese a Petrucci, da Tusiani a Pagliara, da Lepore a Venditti, da Anzivino a Catapano, quel sentimento di inferiorità del dialetto che lo relega a veicolo linguistico di pura ‘sottostoria’ (come voleva Pavese), o, meglio, di un altro modo di far storia stando più o meno consapevolmente ai margini di essa.
Non tutto naturalmente sta in questi termini. Esistono, infatti, poeti come Borazio o Ognissanti, Sacco o Strizzi che più o meno marcatamente si sono disincagliati da un dialetto per dir così subalterno e lo hanno vivificato con contenuti o con una consapevolezza formale del tutto lontani dagli stereotipi tradizionali o, peggio, folkloristici. Fatta questa necessaria differenziazione, possiamo passare a vedere in concreto i modi controversi in cui si è realizzata la poesia dialettale in capitanata. Seguiremo una traccia di comodo, quella geografica, senza che per questo convessità e concavità garganiche e subappenniniche stiano a delimitare spazi appartati o recessi esistenziali e senza che la piattezza ampiezza del tavoliere stiano a indicare solarità agresti ed una sicura cordialità. 9
Cominceremo dal Gargano, più precisamente da San Marco in Lamis, paese natale dell’ormai noto Francesco Paolo Borazio. Questi nacque nel 1918 e morì nel 1953, a soli 35 anni. Una vita di precario cronico impegnato come cavapietre, l’antico e durissimo lavoro di molti garganici, e di imbianchino e in ultimo di soldato nell’ultima guerra. Poi una lunga malattia, una lunga trafila di ospedali e infine la morte. Durante il brevissimo arco della sua vita, Borazio ha avuto la capacità e la volontà di studiare da autodidatta, di scrivere molte poesie in italiano e infine passare con piena consapevolezza al dialetto. È stato un tirocinio fecondo che ha fruttato molti quaderni manoscritti, un dizionarietto etimologico dialettale, alcuni fogli-giornale (un’invenzione tutta di Borazio, una sorta di giornale satirico-popolare con vignette e amenità varie interamente, come si direbbe oggi, autogestito). Da tutto questo i redattori della collana Quaderni del Sud, Motta, Siani e chi scrive, hanno tratto due volumi: Lu trajone (Il drago,1977) con prefazione di Francesco Sabatini, e La preta favedda (L’eco,1982) con prefazione di Tullio De Mauro. Un po’ tutti gli studiosi (da G.B.Bronzini a A.M.Di Nola, da M.Melillo a M.Dell’Aquila) hanno sottolineato, nell’analisi delle due opere, la versatilità del dialetto di Borazio, la sua capacità di emancipazione dagli equivoci di un sentimentalismo introverso e inerte, la sua aderenza a una ‘cultura della povertà’, a una condizione meridionale riscattata in un recupero antropologico senza complessi di inferiorità: in questo vicino ai risultati del dialetto meridionale più dinamico, dei siciliani Buttitta e Calì, del calabrese Curcio, del salentino De Donno.
A proposito del poemetto Lu trajone, composto di sette canti più un intermezzo-idillio in sestine rimate, in cui si risente tra l’altro la lontana eco dei poemi del Pulci, del Tassoni e dell’Ariosto, conviene dire subito che esso si rifà alla fiaba popolare del drago che atterrisce una placida e laboriosa comunità di popolani. Nessuno, per la verità, ha potuto verificare la ferocia di questo mostro, tutti però ne parlano con la coda tra le gambe e questo basta per scatenare la nevrosi: “Spupulava li stadde e li famigghie; /Ce strafucava crape, ciucci, mule, / E vacche dilli mamme e dilli figghie, /Femmene e zite, jòmmene e uagliule; / Ce dupanava n’ome o nu mentone / Come na caramella: nu veccone (Spopolava le stalle e le famiglie; /Divorava capre, ciucci, muli, /E vacche mamme e vacche figlie, /Donne e donzelle, uomini e ragazzi; /Si dipanava un uomo o un montone /Come una caramella: un boccone). Di fronte alla capacità distruttiva del drago la popolazione si stringe intorno al suo municipio e invoca soluzioni. Le quali vengono discusse e trovate in una seduta del consiglio comunale, la cui rappresentazione è tra le più riuscite, per resa scenica e linguistico-stilistica, dell’intero poemetto. Giova pertanto richiamarne un brano, in cui appare la gustosa figura del sindaco, attorniato ai fidi collaboratori e arringante la cittadinanza. È giusto un assaggio delle capacità mescolatrici di lingua e dialetto poste in atto da Borazio: “S’alza don Ciccio e fa na riverenza. /Caccia na carta e culla mana stesa, /Ci schiarisce la voce e po’ accumenza: /’Alla cittadinanzia sammarchesa, /E a voi, signor, fo’ tanto di cappello / E vi rivolgio a tutti quest’appello. /Io sarò breve, come voi vedrete: /O che ci liberiamo dal Dragone, /O se no, tutti quanti lo sapete…” (S’alza don Ciccio e fa una riverenza./ Caccia una carta e con la mano stesa, /Si schiarisce la voce e poi comincia: /’Alla cittadinanzia sammarchesa, /E a voi, signor, fo’ tanto di cappello / E vi rivolgio a tutti quest’appello. /Io sarò breve, come voi vedrete: / O che ci liberiamo dal dragone, /O se no, tutti quanti lo sapete…). Si giunge finalmente a una decisione

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che è quella di far armare la popolazione e farla marciare sulla tana del drago. Ma la gente di campagna di cosa può armarsi se non di roncole, zappe, uncini, bastoni, coltelli e vecchi tromboni? Si forma così un’altra inedita armata Brancaleone, cucita in men che non si dica ma decisa ad affrontare con fronte alta il terribile animale. Messo in atto il militaresco piano, ci si accorge ben presto però a quale insospettato obiettivo esso in realtà è volto. Non si tratta di stanare l’efferato mostro descritto dall’autore con attributi elevati biblicamente alla settima potenza, ma di scoprire, in un crescendo da thrilling farsesco, il dolce amore di due giovani , Velina e Seppantonio, che trescano in un ben isolato pagliaio. Il capovolgimento e stravolgimento della fiaba è veramente notevole e l’innesto del piccolo e genuino romanzo d’amore è cosa fresca e originale: Nua ce vulime bene, o che piacere/ Ascegne a core a core pe la via / Dell’amore chiù belle e chiù sincere: /Se tu vulasse ‘nciele anima mia. /’Sta vocca ‘nzuccarata e ‘stu sorrise, /No lu truvasse manche ‘mparavise’, / ‘Velina mia quante te vogghie bene!’ / ‘Uh! Seppantonie mia quante si’ care!” (Noi ci vogliamo bene, che piacere /Scende cuore a cuore per la via /Dell’amore più bello e più sincero. /Se tu volassi in cielo anima mia. /’Questa bocca inzuccherata e questo sorriso, /Non la troveresti neanche in paradiso’, /’Velina mia quanto ti voglio bene!’ / ‘Uh! Seppantonio mio quanto sei caro!).
Nella sua seconda raccolta La preta favedda (L’eco), Borazio dà fondo a tutte le risorse della poesia dialettale. Egli sa essere patetico ed elegiaco, bozzettista e paesaggista, caricaturista e moralista. Sa toccare insomma le corde della tristezza come quelle dell’ironia e del sarcasmo. Leggiamo quest’ultimo brano, in cui è presa di mira la figura di un professore abituato al compromesso con tutti i regimi: “Dive ragione a Starace e Benito / E te vestive cu’ tante de fez; / mo, nentemene, sì bedde pulite / democristiano de tutte nu pez. / Oh che bellez / Che brutte vente che tira, fasciste! /Stinne la mana, /la dose rincara /Strigne li dente e lu nummere spara: /- Cicce paricchie paricchie cu’ quiste “ (Davi ragione a Starace e Benito / E ti vestivi con tanto di fez; /ora, nientemeno, sei tutto pulito / democristiano tutto d’un pezzo. / Oh che bellezza / Che brutto vento che tira, fascista! / Stendi la mano, / la dose rincara / Stringi i denti e il numero lancia: /Ben ti sta).
Di Monte Sant’Angelo è Giovanni de Cristofaro (1886-1969), autore di A cor’a core [Monte S.Angelo, Ciampoli, 1929] e La lampa de la fede [Milano, Convivio Letterario, 1959]. De Cristofaro è il poeta che dà voce al popolo e alle tradizioni del suo paese, famoso nel mondo cristiano per il culto del Santuario di San Michele. La sua poesia vuole essere soprattutto canto, manifestazione dei sentimenti più profondi della comunità: “Sette maggio! Sparete l’alti botte; /li frusce, li scuppitte, li rrutelle…/Pegghiete li catarre pe stanotte / ca ‘mparaviso sciochene li stelle…// Facite ‘n’alta volta li fanoie; /mannete li quatrere pe ‘nta Monte…/ È tanto bello quann’a doi’ ‘a doie / tenite li cataste sempre pronte” (Sette maggio! Sparate gli altri botti; /I petardi, le rotelle… / Prendete le chitarre per stanotte / che in paradiso giocano le stelle… / Fate un’altra volta i falò; /mandate i ragazzi per Monte. / È tanto bello quando a due a due / tenete le cataste sempre pronte). Accanto alla gioia e all’amore troviamo naturalmente gli aspetti negativi della vita. A portar guai anzitutto è lo Stato con le sue tasse: “’Nfra vegghia e sunno stamatin ‘a chesa / Spatella m’ha purtete ‘ssu cartiddo; /me penso proprio ch’è ‘na nova spesa /pe mette ‘ngann’ ad omo lu curtiddo…//Pozz’ess’a ‘mpiso chi ce lamenteva / de Franceschillo… A quiddi
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tempe, tanno /’nu reno, ‘nu carrino o ‘nu tornese //era recchezza pe ‘nta ‘ssu paese” (Tra veglia e sonno stamattina a casa / Spatella m’ha portato questa cartella; / penso proprio che è una nuova spesa / per mettere il coltello in gola ai cristiani…//Possa essere maledetto chi si lamentava / di Franceschiello…A quei tempi, allora, / un grano, un carlino o un tornese // era ricchezza in questo paese). De Cristofaro qui interpreta evidentemente un diffuso sentimento di insofferenza, che è tipico delle classi popolari. Fa capolino una certa nostalgia del regime borbonico, il che si spiega con la diffidenza e l’ostilità che da sempre hanno caratterizzato le popolazioni meridionali nei confronti dei piemontesi. Ma non sono solo le tasse che preoccupano i nostri paesani. Ben altra è la ragione! Arriva la guerra, la Grande Guerra, a strappare alle famiglie i migliori giovani del paese. Alla madre che corre a Manfredonia piena di presentimenti, si offre davanti agli occhi il nome del figlio scritto sul dispaccio. In cuor suo pensa che il Milite Ignoto sia il figlio.
De Cristofaro non si è fermato solo ai metri tradizionali e alla composizione di breve respiro, ma ha affrontato con successo le forme più distese dell’opera a sfondo drammatico-narrativo. La lampa de la fede (La lampada della fede) si può considerare l’esempio più riuscito, giacché in essa confluiscono armonicamente i temi fondamentali della sua poesia, i riti, le usanze, i personaggi, e poi l’amore, la felicità, la morte. Nel suo lungo poemetto de Cristofaro ha saputo essere lirico e drammatico, elegiaco e descrittivo: non c’è piega d’abito o di cuore, angolo di strada o di casa che il poeta non rovisti, non c’è avvenimento che non registri con scrupolosa vivacità. Così avviene per l’abito nuziale di Rosina, per la preparazione dei dolci impastati non solo di zucchero e cannella, ma anche di gioia, di canti, di gioventù di vita: “Berlocche, suste, cucciulette e nèddere / cammise de percallo, / corpetto e greca d’oro, / vunnidde tre castore, / vandera de satina, / scarpine de crapetto, / e tacco terulese; / scampe sgargiante e russe /o, cchiù modesto, a fumo de cannone / cu passameno atturno” (Monili, collane d’oro, fili di collane e anelli, / camicia di percalle, / corpetto e greca d’oro, / gonnella tra castori, / grembiule di seta, / scarpine di capretto, / e tacco tirolese; / scampolo sgargiante e rosso /o, più modesto, color indaco con passamano attorno). Finiti i rituali preparatori, giunge il giorno del matrimonio. È un mattino limpido e caldo, e in esso si muovono le figurine umili di un paese garganico, il sacrestano, ‘Ngiulina l’ostessa, Peppantonio, una vecchierella scarnita. Mentre si celebra il matrimonio, ecco affacciarsi in chiesa Colucce Sarceniddo ad annunciare la chiamata alle armi di ‘Ntonio e compagni. La festa i trasforma in un mortorio, la guerra e la morte sembrano aleggiare ormai su balli, canti e brindisi intrecciati dai convitati. Il giorno dopo la madre dello sposo porta, com’è l’usanza antica, una guantiera di biscotti e cioccolato. Sconcertata la donna constata l’assenza del figlio e il letto perfettamente intatto. Di qui una serie di domande alla nuora, che non riesce a trovare se non risposte smozzicate e pietosamente ambigue. Esse non fanno che accrescere l’angoscia della povera donna, che prima di scoprire la verità dell’improvvisa partenza del figlio rimugina fantasmi di fatture o fatti di sangue. La guerra intanto infuria e fa morti dappertutto. Alle tempeste dei cannoni e delle granate si aggiungono quelle di neve e di pioggia. La meta è un altro Risorgimento mutilato, pieno di sangue e di croci senza nome, di vie e di piazze intitolate alla ‘megghia giuventù’ che: “eternamente vive / ‘ntli porchie e ‘ntli fussete, / sotto ‘na mezza croce / de quiddi campesante de trincere, / senza ca ‘nu lucigno / appicce, notte e ghiurno, la piatà / de mamma e de mugghiera dulurante,/ de figghie
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ruffanidde” (eternamente vive / nei pantani e nei fossati, /sotto una mezza croce /di quei camposanti di trincee, / senza che un lucignolo /accenda, notte e giorno, la pietà / di mamma e di moglie dolorante, / di figli orfanelli). Di quella gioventù fa parte ‘Ntonio e altri compagni che cadono in un’azione ardimentosa. Da quel momento niente più posta, niente più notizie, finché inaspettatamente, dopo mesi di mille congetture, la bocca innocente di un bambino non svela per caso la verità. A Rosina non resta che acconciare un altarino con la foto dell’amato e sublimare il suo amore in un mistico fuoco di devozione perenne.
Foggia, il capoluogo della Capitanata, è una città ormai in grande espansione. Una volta essa era la sede della famosa Dogana della Transumanza, voluta dagli Aragonesi alla metà del ‘400. In tempi recenti, nell’estate ’43, Foggia ha subìto la terribile esperienza dei bombardamenti, che ha sollecitato a una ricostruzione materiale e morale, e ha potenziato anche la memoria. Raffaele Lepore è la persona ideale per raccontarci certe cose, perché sa farle rivivere con una capacità di osservazione e una memoria vigile veramente notevoli. Altrimenti, dove andrebbe a pescare tutti quei personaggi amorosamente descritti in una sua composizione, Carosello foggiano [eponima del libro, Foggia, De Santis, 1970] ? Arturo venditore di frattaglie, Peppino venditore di zeppoline, le donne con le ceste e le bilance, e via via una serie di figurine disegnate con fine aderenza realistica.
Con questi versi Lepore ci ha dato uno spaccato della vecchia Foggia e ci ha permesso di entrare nell’anima più viva del suo popolo. È questa, del resto, la tematica di fondo del nostro poeta, vicino soprattutto alla gente umile e alle radici più intime della sua terra. La sensibilità di Lepore è tutta intenta a fissare i quadri della memoria. Sono questi che gli restituiscono la sua identità più vera, perché lo rendono partecipe di una comunità che esprimeva una solidarietà che si è rotta. Dove trovare più, si chiede Lepore, quell’atmosfera di cordialità, di onestà, di ingenuità che solo il paese dell’infanzia può ridare? Il progresso ha portato molte belle cose, soprattutto oggetti nuovi da consumare e su cui fondare un’illusione di felicità. Oggi anche i cafone più incallito ha il completo per il weekend: “Penzanne, ogge, a cume vanne ‘i cose, /n’ha fatte, e come, de prugrèsse ‘a gènde! /Nindemène,mo, ‘à chiù trezzelose, /tène ‘u cestine adatte p’u week-end // termòsse, sègge a sdràje, tavuline, / ‘u ‘mbrellone, ‘u canotte, ‘i seggiulèlle, / ‘u cose ca mandène friscke ‘u vine, / ‘u barbecù p’arroste ‘i tacchecèlle” (Pensando, oggi, a come vanno le cose, / ne ha fatto, e come, di progresso la gente! /Nientemeno, ora, la più cafona, /ha il cestino adatto per il weekend //thermos, sedia a sdraio, tavolino, / l’ombrellone, il canotto, le sedioline, /il coso che mantiene fresco il vino, / il barbecù per arrostire le costolette). La memoria serve proprio per fare confronti e per permettere all’uomo di non farsi ingannare dalle apparenze. La nostalgia del passato diventa allora coscienza della trasformazione e volontà di preservare gli elementi migliori di quel passato. È un passato costruito piano piano, con il lavoro di generazioni. Contadini a faticare nei campi, da mattina a sera, operai che hanno costruito strade, case, e che hanno fatto funzionare fabbriche. Gente di lavoro che non è stata risarcita da un’adeguata amministrazione politica, sia nazionale che locale. È un atteggiamento risentito che piace ritrovare in altre occasioni e che tocca certi punti dolenti della questione italiana. Una ricchezza alla portata di tutti, enormi migrazioni da Sud a nord, nuove classi sociali, urbanizzazione e industrializzazione.
Ma a proposito della memoria, non si possono non gustare certe belle pagine
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del nostro Lepore, soprattutto quelle molto commosse sui riti religiosi o sui quartieri antichi. Un foggiano non può dimenticare, ad esempio, il pellegrinaggio al Santuario dell’Incoronata. A centinaia scendevano dall’Abruzzo, dal Gargano, dall’Appennino, gente d’ogni età, armata solo della propria fede. Intonavano litanie, piangevano, pregavano. Arrivati davanti al Santuario, facevano tre giri attorno alla chiesa coi ginocchi per terra. Qualcuno entrava e, sempre in ginocchio, s’avvicinava all’altare strisciando la lingua sul pavimento e piangendo invocava la grazia. Dopo le orazioni si andava nel bosco a far merenda e prima del ritorno ognuno andava alle bancarelle per comprare un ricordo. La festa, il rito, la comunità che si raccoglie e celebra momenti importanti della propria vita. Ecco un nucleo da preservare nella memoria e che Lepore sa darci con straordinaria capacità di adesione sentimentale e poetica.
Altro autore rappresentativo del dialetto foggiano è Osvaldo Anzivino (Quatte passe pe Ffogge, Foggia, 1975; Archi sul tempo, ivi, 1978; 2^ ed., Foggia, Apulia, 1984). Centrale nel mondo di Anzivino è la vita dei ferrovieri che, prima e durante l’ultima guerra, hanno scritto la loro piccola epopea. Le locomotive a carbone esigevano un’attenzione e un lavoro spossanti. Spesso bisognava piegarsi a lunghe veglie e i sacrifici erano all’ordine del giorno. Tutto questo per garantire la regolarità e l’efficienza del servizio sia per i passeggeri che per la merci. Poi venne la guerra e il terribile bombardamento dell’estate ’43. su Foggia caddero migliaia di bombe e la stazione ferroviaria fu completamente distrutta. Morirono quasi tutti i ferrovieri, compreso il capostazione. Ma Anzivino li vede ancora vivi e alle prese con il loro lavoro: “Stanne sembe mmizz’a nnuje; /màrchene ‘a cartulìne / tutt’i matìne: /nen fanne maje retàrde, /e ssi tu guàrde, / vìde che so’ ssèmbe i prìme. /Adolfe, Tonìne, /Virgìnie, Peppìne, / Eduàrde, Ernèste, /Errìche ‘u ‘lettrecìste, /e ttànde e ttànde / che stànne nnanz’ a Ccrìste” (Stanno sempre in mezzo a noi; /marcano il cartellino / tutte le mattine: /non fanno mai ritardo, / se tu guardi, / vedi che sono sempre i primi. / Adolfo, Tonino, /Virginio, Peppino, / Eduardo, Ernesto, / Enrico l’elettricista, / e tanti tanti / che stanno davanti a Cristo). È tanto l’attaccamento al loro lavoro che il padre di Anzivino, pure lui ferroviere, sacrifica i suoi risparmi per comprare la fresatrice cui ha lavorato per tanti anni.
Lavoro e povertà, dovere e onore. Questi i temi essenziali che la poesia di Anzi- vino ha messo in rilievo. Tutto sommato ci troviamo vicini a un certo realismo meridionale, particolarmente sensibile alla rappresentazione della vita dei diseredati. Anzivino raffigura, ad esempio, i ‘terrazzani’, la categoria più umile dei senzalavoro di Foggia, i quali vivono di solito della raccolta e della vendita di prodotti selvatici della terra. E con i terrazzani stanno i ‘cafoni’, i ‘terroni’, gli emigranti. Fa bene Anzivino a ricordarci che c’è stata quest’emigrazione meridionale all’estero e all’interno, con la quale sono partite intere generazioni. Lacrime, lontananza, paesi abbandonati, case vuote, scuole senza bambini. È un mondo che abbiamo conosciuto un po’ tutti. Ma è un mondo che ha anche altri aspetti e che sa caricarsi all’occorrenza di altri colori e di un altro linguaggio. Anzivino, infatti, è molto sensibile all’uso ironico e umoristico del dialetto, fino a giungere ai toni marcati della caricatura, basti leggere l’apologhetto sul porco educato, vicino a certo clima trilussiano. Com’è possibile che chi nasce quadro possa morire tondo? Al porco basta la vista di una bella pozzanghera con contorno di immondizie per ritrovare la sua vera natura: “ Nu jùrne sfurtunàte averamènde, / passànne ‘nnanz a n’acqua appandanàte, /mmesckàte c’ ‘a
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mennezza cchiù fetende, /spezz’ ‘a catene e ccum’e nu dannàte, //se mene dritte mmizz’a zuzzarìje. / Se ggire e po’ se ‘nguacchie e se mbruscìne / cume si quelle nen fosse purcarìje / ma fosse nu devàne ch’i cuscìne” (Un giorno sfortunato davvero, / passando davanti ad un’acqua impantanata, / mischiata con l’immondizia più fetente, / spezza la catena e come un dannato, // si butta dritto nella sporcizia. /si gira e poi si macchia e si strofina / come se quella non fosse porcheria / ma fosse un divano coi cuscini).
Il riso bonario di Anzivino domina in altre occasioni. Certe credenze del mondo popolare oggi sono veramente incredibili, ma andavano bene per una mentalità che ricorreva spesso alla magia. La pagliuzza sull’orecchio per fermare il sangue dal naso, una crocetta col fiammifero spento sotto le orecchie gonfie per gli orecchioni, uno a sputo a terra per non rimanere nani dopo una forte zuccata, segni di croce sulla fronte e orazioni rapidissime per il mal di testa causato dal malocchio. Altre volte Anzivino prende di mira la sessantenne azzimata come una donna in fiore, oppure la mania dei titoli onorifici scritti sulle lapidi. È un’osservazione morale contenuta sempre entro i limiti dl buon gusto, malgrado il dialetto per sua natura sia spesso aggressivo.
A Manfredonia vive e opera, invece, Pasquale Ognissanti. Numerose le sue opere dialettali: Controre [Foggia, Cappetta, 1966], Favugne [Cosenza, Pellegrini,1968], Abba Padre [Manfredonia, Tip., 1972], U ciucce ‘mBaradise [Manfredonia, Atlantica, 1979]. Buoni gli apprezzamenti ricevuti, soprattutto nei volumi di M. Dell’Aquila (Parnaso di Puglia nel ‘900, cit.) e di G. Custodero (Puglia letteraria nel Novecento, Ravenna, Longo, 1982). “Nessun poeta moderno dialettale è così determinato in una meditazione sostanziosa, che quasi mai esce dalla tristezza”: queste sono parole del grande meridionalista Tommaso Fiore che, in uno dei suoi viaggi in Capitanata, scoprì per caso Ognissanti e ne fu tanto entusiasta da tradurre e scrivere la prefazione alla già citata raccolta Favugne.
Fiore individuava con quelle parole una delle caratteristiche essenziali della poesia di Ognissanti, e cioè una meditazione colma di tristezza, che assorbe sicuramente l’influsso dei maggiori poeti italiani del ‘900 e si fa portatrice di un solipsismo amaro ed esistenziale che conosciamo raramente in altri dialettali. Leggiamo la lirica intitolata A cannèle (la candela): “Sop’a ll’altère a cannèle / allume pa fiamma tèse, / na sfèrre de vinte move / a fiamme, cj’ ammuscelèje. // Cj’attenne, ce chjèche, allusce: / méje sté ferme, méje na pose. /Cha strazje llu core prove, / la gente guard’e prèje ecc.”; o un brano di quella intitolata Controre: “Addica ll’ucchje pose / tutt’ji silenziose: /Sule nu chène vène / e scèse a terrarène. // Sop’a vije, bianch’e sole / na carte ce ne vole: / vole, cchiù llà ce pose / Sop’a vije silenziose”. Prima la candela che si stende, si piega, si affievolisce, si spegne, poi, nel secondo esempio, il silenzio, il cane, la sabbia, la carta. Si può credere allora che il particolare ambiente di Manfredonia abbia sostanziato questa poesia. Ma più la vecchia Manfredonia marinara, coi suoi pescatori, le sue barche, le sue reti. Sono queste immagini che hanno lavorato nel profondo del poeta e ne hanno deciso la sua particolare visione del mondo. Nelle cose e nelle persone che ci circondano Ognissanti ferma uno dei simboli di quest’angoscia, le case vecchie dei marinai. Il mondo dei marinai e dei cafoni, il mondo di certe figure ritagliate nelle strade nei vichi di Manfredonia può offrire anche occasioni di serenità e di gioia. C’è un passato apparentemente intatto, che una memoria affettuosa può ritrovare. È questa la via per abbandonare o limitare quella marcata malinconia che abbiamo notato in Ognissanti. La fertile vena inventiva che anima il poeta gli
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consente allora di diventare popolaresco e realistico, nutrito anche di umori popolareggianti, come nell’amabile bozzetto intitolato A lla sférr’u sole (Al raggio del sole), in cui tre vecchi ricordano i tempi andati e li confrontano con i nuovi. Dal bozzetto è poi facile per Ognissanti passare all’ironia e al sarcasmo. Sono queste le due note dominanti che ritroviamo ne Lu ciucce ‘mBaradise, che è un’operetta comico-parodistica sulla scia di certe reminiscenze dantesche. Ma in sostanza di cosa si tratta? Un somaro, dopo essere stato respinto dall’Inferno e dal Purgatorio, si presenta davanti a San Pietro. Naturalmente il severo guardiano ha parecchio da eccepire. È bene che l’asinello sappia che re e imperatori, monaci, papi e cardinali, vestiti di tutto punto devono aspettare il processo, figuriamoci un ciuco! Al che il nostro asinello racconta le sue disavventure, l’ultima speranza resta proprio San Pietro. Inizia perciò il processo di rito, che si conclude negativamente per il nostro asinello. È il colmo! L’unica arma resta ormai la violenza. A questo punto interviene Gesù che ricorda al suo successore che tra gli animali a lui cari c’è anche l’asino. San Pietro ha forse dimenticato l’asinello della mangiatoia, quello della fuga in Egitto e dell’ingresso pasquale a Gerusalemme? E allora?: “E allore, s’angore n’ha kapite, / da stu mumènde, kuann’u vite, / pinz’a mme, a Kkriste ngroce. / E suffèrte tand’offése, / sémbe citte, sule, méje na voce…./ mbé, u ciucce jì a stèssa kòse!” (E allora, se ancora non hai capito, / da questo momento, quando lo vedi, / pensi a me, a Cristo in croce. /Ho sofferto tante offese, /sempre zitto, solo, mai una voce…/beh, l’asino è la stessa cosa).
Se il marinaio di Ognissanti non è certo l’incarnazione della coscienza del riscatto, la poesia di Michele Sacco di Cerignola ne è totale e martellante interpretazione. Sacco è un bracciante e come molti della sua classe è stato costretto fin da bambino a lavorare nei campi. Poi è venuta la guerra, la resistenza, la deportazione in Germania. Nel ’46 si è iscritto al PCI e solo nel ’77 è riuscito a conseguire la licenza media grazie alle 150 ore. Le opere di Sacco sono affidate a pubblicazioni di fortuna (precisamente a due fascicoli ciclostilati del “Laboratorio G. Angione” di Cerignola, di cui uno ha il titolo Poesie su carta da pane, 1981), ma pur attraverso una scrittura precaria è riuscito ad esprimere la sua tormentosa esperienza e a riconoscersi un’identità e uno spazio sociale.
La storia di Sacco è la storia di migliaia di braccianti della Capitanata, una storia di fatica, di sfruttamento, di sopraffazione, di condizioni disumane d’esistenza. Una storia che oltre che nelle poesie si ritrova nel Diario di Sacco, estremamente interessante dal punto di vista antropologico. Prima dell’alba molti, anche a piedi, raggiungevano le masserie dei grandi proprietari terrieri che si chiamavano Pavoncelli, Larochefoucauld, Cirillo. Nelle masserie si lavorava fino al calar del sole: “Inda si camp ca fateich e cant / semp assecait ste sta gaul mai / ca l’acqua non mi port u soprastant //coum nu schiaiv m’tratt stu patroun / ch la catain ai piit a mai m’tein / fein alla sair au tocch di campain” (Dentro questo campo che lavoro mentre canto / la mia gola è sempre secca, / perché il soprastante non mi porta l’acqua //Come uno schiavo mi tratta il padrone /che mi mette sino a sera le catene /ai piedi fino al tocco delle campane). Brutta vita per il bracciante è dir poco. Dieci e più ore a star chino sotto il sole, dopo pochi anni si è già tutti consumati: “Cant patroun mai, mau ai u mument / cant quand vu ca ta stanchè / i caus semp chissì non potn stè” (Canta padrone mio, ora è il momento / canta quanto vuoi, fino a stancarti: /le cose sempre così non potranno stare). 16
La partecipazione e la lotta sono state, allora, le uniche armi dei braccianti di Cerignola e dei paesi vicini. Si sono organizzate così le prime leghe, gli scioperi, sono venuti il Primo Maggio e Di Vittorio. Proprio perché la sua è stata un’esperienza piena di sofferenze, la pace è tra le parole che ricorrono più spesso nella poesia di Sacco. Solo nella pace è possibile il benessere e l’emancipazione degli svantaggiati. In Italia esistono ancora intere zone da portare fuori dal sottosviluppo. Chi non ricorda il terremoto del 23 novembre 1980 in Basilicata e in Campania? La tragedia risvegliava improvvisamente l’attenzione sui dolorosi problemi di queste terre del Mezzogiorno. Michele Sacco ha dedicato una lunga poesia alla Basilicata dell’80, eccone l’inizio: “Quanda volt am gridait me niscioun / ciò s’ntout. Mau co fatt stu tramuut / toutt quant ann chirrout. /Tant gent impaureit ca currevn ch la streid. / Mo ca toutt so finout, u pericolo o’ passait / seim salv e seim veiv seim pour furtunait “ (Quante volte abbiamo gridato ma nessuno / ci ha sentito. Ora che ha fatto il terremoto / tutti quanti sono corsi. /Tanta gente impaurita che correva per strada. /Ora che tutto è finito, il pericolo è passato / siamo salvi e siamo vivi siamo pure fortunati). Sono parole che vanno al cuore di tutta la faccenda. La tragedia del terremoto si è aggiunta in realtà a quella più generale della povertà e della disgregazione sociale e culturale di molte zone della Basilicata e del Mezzogiorno, per il quale occorrono più fiducia e lavoro che lacrime. Fiducia e lavoro che non sono mancati a Cerignola, che nella poesia di Sacco è diventata il simbolo di tutte le conquiste (elettricità, acquedotto, macchine ecc.) ottenute con il sacrificio e la lotta di tutti i lavoratori.
In un ridente paesino del Subappennino Dauno, Alberona, è vissuto Giacomo Strizzi (1888-1961). È un territorio che riserva delle sorprese inaspettate, rimasto in gran parte intatto a quasi trent’anni da quando Strizzi scriveva le sue poesie dialettali, disseminate in ben sette libretti, da Cusarèdde pajesàne del 1933 a Fattarédde e quatrétte e U pagghiarédde, pubblicato a Roma nel ’60 da Mario Dell’Arco. Molta della produzione del nostro è racchiusa nel giro di pochissimi versi, giacché egli predilige fermare e gustare rapidi attimi, singoli episodi e personaggi. Ma non si creda a una vena troppo superficiale, pronta a musicare qualunque cosa capiti a tiro.
La disposizione più netta di questo poeta dialettale è a ritrarre con rapide pennellate il piccolo ma ricco mondo rurale che lo circonda, la delicatezza con cui dipinge i suoi quadretti è di rara qualità. Leggiamo Ndo vùcchele (Nel vicolo): “Se p’a spasédda ‘n cape, a contròre, / Sciuremajèdda occhie-redènne / do furna-nférne //tòrne abbambate e ‘nfarenate, / rèste ndo vùcchele tante na ‘ddòre /de pizza càvede //p’i pembedòre, che tu, brejante, / appréss’apprésse ‘ngnutte ‘n vacante” (Se con la cestella spasa sul capo alla controra, / Fiordimaggio, la fanciulla dagli occhi ridenti, / torna avvampata e infarinata dal forno, / lascia nel vicolo tanto un odore di pizza calda / coi pomodori, che tu, briccone, / appresso appresso inghiotti a vuoto). Di questi quadretti deliziosi potremmo leggerne a decine. C’è la sposa promessa che si punge il dito con l’ago e fa una rosellina di sangue sul candido lenzuolo del corredo. Ci sono passerotti e pecorelle che si dissetano a una pozzanghera, c’è la vecchina che aspetta piangendo qualcuno la vigilia di Natale. Meglio soffermarsi allora su quelli che appaiono i momenti rilevanti della produzione di Strizzi.
La sua poesia è spesso rivolta a guardare la natura, gli animali, le piante. Molte volte riveste questa natura di significati e movenze umane e riesce ad entrare più profondamente nell’anima popolare. In questo modo fa rivivere ad esempio le
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vecchie favole del greco Esòpo o di Trilussa, mettendo in scena animali parlanti.se passiamo alla ricchissima galleria di personaggi creati da Strizzi, notiamo che la sua maestria pittorica si carica di elementi nuovi. Parlare del pellegrino, del vecchio, del sacrestano, dell’annegato dà alla sua poesia un tono particolare di partecipazione. Si tratta in fondo di personaggi che soffrono o vivono in una condizione esistenziale senza storia. Si prenda il pellegrino con bisaccia in collo e con l’uncino di legno in cammino attraverso boschi e montagne, spine e vipere: “Vusazza ‘n còdd’e ‘ngine / de cérre, u pedderine // da l’albe appedechéie / ndo vosche d’a muntagne; // vrécce ce tròve, spine / e vipre, ma n’ze lagne, // anze rengrazie a Ddìje / c’a vòrie l’accumpagne”; o si prenda l’annegato, ritrovato tutto nudo e pieno di fango, o il pianto disperato della madre.
Da questa disposizione artistica nascono poi le poesie che più avvicinano Strizzi a un certo mondo di meridionali sprofondati nella miseria e nell’abbandono. La mano del poeta non può nascondere ciò che vede, anche il dramma che porta diritto alla morte. Il dramma, ad esempio, di un giovane senza lavoro, figlio di una sordomuta, o ancora quello di una madre e di una figlia rinchiusesi in casa col braciere acceso: “’Nchius’a pòrte d’a grotte / senz’ammurtà u vrascére, / na nòtte che sciuccave, // Marise, a jurnatère, / p’a figghia peccenénne, / pe sempe, nda nu funne // de létte, z’addurmènne”. È lo stesso mondo in cui matura lo scontento del cafone o il sogno del garzone di diventar padrone del campo in cui fatica, è il mondo dell’analfabeta, dl povero contadino che teme la pioggia che rovinerà il raccolto, dell’emigrante che tarda a scrivere la lettera alla moglie. È il mondo della malaria e della miseria che trasforma le donne fertili in coniglie. Insomma, Strizzi è un artista che non dimentica la reale condizione in cui opera, c’è affetto infinito e somma discrezione nel disegno di quel mondo, ma c’è pure, come abbiamo visto, compianto e lacerazione, c’è sempre qualcosa di più grande e di più forte che può rompere l’incanto della poesia.
Dal Subappennino di Strizzi alla Lucera di Enrico Venditti il passo è breve. La tempra di Venditti è ironica e satirica, perciò ciò che avvia il motore creativo ( da Poesie in dialetto lucerino a U cacc’e mmitte, tutti pubblicati presso il lucerino Catapano) è la realtà sociale, il costume morale, il problema contingente. Si prendano, tanto per cominciare, le campagne elettorali, croce e delizia del popolo italiano. I comizi sono infarciti di belle parole e di promesse come libertà, giustizia, democrazia. Ma se l’oratore potesse e volesse domandare all’elettore come la pensa, allora si sentirebbe mandare al diavolo. In fondo qui si sente la voce del vecchio meridionale, estremamente diffidente e insofferente verso lo Stato e chi lo rappresenta. È un atteggiamento abbastanza diffuso nella poesia di Venditti e si colora sempre di un’accesa ironia che non risparmia neanche certe illusioni risorgimentali. D’Azeglio credeva che dopo aver fatto l’Italia si dovessero fare solo gli italiani. Vedendo il guazzabuglio in cui viviamo dovrebbe ricredersi amaramente. I problemi da affrontare per la verità non mancano, a cominciare dalla borsa della spesa sempre più cara.
L’aumento dei prezzi si accompagna poi al grosso problema del riscaldamento. Mentre Feisàl re d’Arabia e l’egiziano Sadàt fanno comunella e chiudono i rubinetti del petrolio, Venditti propone come soluzione un buon bicchier di vino e il calore che può dare una moglie a letto: “S’arrocchie Fèisalle che Sadàtte / e i rubbenètte chiudene a despitte. // Me ne frèche da Rabbia Esaudita. / Pe mmè u mègghie petrolije è u rebbullite / me fazze trulle trulle, e po’, ‘nd’u litte, / ghije m’azzècche a mugghièreme ch’è chiatte / a facce de Féisalle e de Sadàtte”. L’altro
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bersaglio preferito del poeta lucerino è la libertà sessuale. In genere, la situazione presente viene confrontata col passato. Il risultato che ne esce fuori non è tutto a vantaggio dei tempi che corrono. Quanto al matrimonio, ad esempio, una volta la conoscenza completa del proprio partner la si faceva la sera delle nozze. Lo sposo, dice Venditti, sfrondava la sposa rossa di vergogna come una rosa, togliendole finalmente i vestiti ad uno ad uno. Ora invece questa pazienza non c’è più, e non ci sono più segreti da scoprire. Certo, neanche nei tempi andati le cose filavano tutte lisce. Lo ricaviamo dal dialogo tra una madre e una figlia. Alla madre che dà consigli su come comportarsi con l’uomo cacciatore, la figlia ha ben modo di rispondere: “’Ne’, uè ma’, te si scurdate / ca tu pure, a bell’età, / cumbenasse na frettata, / nd’u suppigne, che tatà? // Non me dènne cchiù cunziglie. / Quille, u munne, accussì va. / Cume a mamma, face a figlie / quante trove u baccalà”.
I problemi del mondo contemporaneo non si limitano solo al costume sessuale. Prima abbiamo parlato dell’aumento dei prezzi, della crisi del petrolio, dei vizi della politica. Altri se ne potrebbero aggiungere: il divorzio, lo sciopero, finanche la libertà d’opinione e il conto del dentista. Sono tutti temi che la poesia di Venditti fa propri e che affianca a quelli più tradizionali del rimpianto per le cose perdute o della descrizione sorridente dei personaggi popolari. Britte, Fiaschille, Stelluzze, Buchicchio, il tarallaro sono le figurine di un mondo ormai scomparso , che era fatto di semplicità e di miseria, di grande solidarietà familiare e di lotta per la sopravvivenza. Non dobbiamo rinnegare quel mondo e intanto dobbiamo accettare il nostro con intelligenza e volontà di una vita più significativa.

Sergio D’Amaro

[in “Diverse Lingue”, VI, 9, gennaio 1991, pp. 23-42)

IV. POESIA DIALETTALE DELLA CAPITANATA

(Tavoliere e Subappennino)

INTRODUZIONE

Ad offrire un po’ di preliminari al discorso, occorre fare qualche considerazione generale sulla capacità di penetrazione editoriale dei libri in dialetto pubblicati in Capitanata. Escluso Strizzi, ben noto a Pasolini, ed escluso il ben più giovane Granatiero, acquisito in collane di respiro nazionale, tutti gli altri non conoscono che tipografie locali e un raggio d’azione di ampiezza comunale. Una seconda considerazione va applicata alle classi anagrafiche e dunque alle generazioni prese in esame. I poeti in oggetto hanno (o avrebbero) oggi tra i 109 e i 48 anni, e il limite d’età potrebbe condizionare il passaggio dal dialetto tradizionale al neo-dialetto, usato come espressione in una lingua purchessia, orgoglioso cioè di non essere suddito di sua maestà l’inglese. Una terza considerazione è eminentemente spaziale, ma viene a coprire modi e tempi di produzione del dialetto in questa

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plaga dell’Italia meridionale. Segnare sulla nostra mappa ideale il Subappennino e il Tavoliere, cioè due aree tanto diverse per storia e morfologia, vuol dire porre in evidenza centri di irradiazione del dialetto che hanno contato diversamente anche sul piano socio-economico.
Fatti salvi tali scrupoli d’avvio, possiamo cominciare con e asperità di montagna. Il Subappennino ha finora rivelato un’anima che in gran parte ci aspettavamo, gelosa di una sua antica intimità e scandita da ritmi naturali e umani che paiono segnati da sempre. Qui, sul Subappennino, nell’incantevole paese di Alberona, troviamo il più anziano e il più noto dei poeti dialettali dauni, Giacomo Strizzi (1888-1961), che ha elaborato una personalità artistica di raffinata tempra, capace di trasformare in rapide pennellate naturalistiche e bozzettistiche il mondo rurale e naif che lo circondava. Una vena abbondante ma educata ad un gusto molto scaltro di concepire il dialetto, che finora non ha avuto uguali. Nel solco segnato magistralmente da Strizzi hanno continuato a germogliare le voci del coetaneo Michele Caruso (1890-1967), incline ad un discreto lirismo, e del più giovane Vincenzo D’Alterio (1940), che in anni più recenti ha alternato una musa più civilmente risentita.
Più a sud, Sant’Agata di Puglia ha invece figliato una personalità più tormentata, più pensosa, più modernamente, per taluni aspetti, atteggiata. Parliamo di Gino Marchitelli (1910), spostatosi a Roma per lavorare come architetto. Il periodico ritorno al paese gli ha permesso di misurare con più spietatezza il tempo e di trarne efficaci punte di spleen, che costituiscono il modo peculiare di ritrovarsi nel suo dialetto di montagna
Se ci volgiamo ora alla grande piana del Tavoliere, il capoluogo, Foggia, ci si mostra come intensa fucina di espressione ctonia, contornata degnamente dai focolai di Lucera ad ovest e di Cerignola a sud. La sorpresa è San Severo, grosso centro agrario e commerciale, dove, a detta dello scrittore Nino Casiglio, le mutazioni accelerate e la condanna sociale del dialetto hanno da sempre scoraggiato tentativi letterari. A Foggia e a Lucera il dialetto ha, invece, non solo vissuto in sparsi libelli, ma ha camminato sulle scene andando al alimentare un nutritissimo numero di testi teatrali, capaci in qualche caso di uscire dai confini municipali (si vedano ad esempio i fortunati spettacoli del lucerino Germano Benincaso).
Quello della Capitanata piana è un dialetto socializzato e perciò più pronto forse ad un confronto con la realtà e con gli umori della piazza. Ma non si pensi che fosse sempre così; agli inizi del ‘900, l’influenza di un Pascoli o di un De Amicis (per non parlare dei minori) poteva sortire esiti di un sentimentalismo estenuato e generico, specialmente nella provincia compiacente. In qualche modo un tale atteggiamento traspare nel cerignolano Filippo M. Pugliese (1889-1956), autore piuttosto prensile di versi acconciati alla napoletana ma di generoso lessico pugliese. Nella sua produzione ha molto posto l’idillio, la sbozzatura del paesaggio, la pennellata alquanto compiaciuta, lo scorcio di tono vibratile. Sappiamo però che Pugliese, da dialettologo e demologo, amava sul serio quel suo piccolo mondo antico e così lo rappresentava, immerso in un mito eterno.
Dovremo arrivare ai decenni maturi del secolo, e questa volta a Foggia (dopo l’ultima guerra, dopo la trasformazione decisiva in città di merci e di servizi), per trovare l’attrito forte della realtà, il confronto non più rinviabile delle epoche, l’epopea molto discreta di una generazione. Dopo i più anziani Guido Mucelli (1891-1974) e Raffaele Pagliara (1901-1980), Osvaldo Anzivino (1920) e Raffaele
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Lepore (1923-1989) hanno più da vicino espresso un loro mondo coerente di cose e di uomini, di memoria e di cronaca. Ne è scaturito un più convinto realismo, un’attenzione concreta alle sorprese del tempo, una partecipazione emotiva senza eccessivi patetismi.
È un’acquisizione di realtà che abbiamo notato anche a Lucera, ma in modi prevalentemente aromatizzati d’ironia o di spirito gnomico. L’autore preminente (e non per ragioni solo anagrafiche) nella città che fu, come Foggia, cara a Federico II di Svevia, è Enrico Venditti (1900-1994), che anche quando indulge al ricordo commovente o alla sorridente rievocazione di personaggi popolari, si fa sempre ammirare per l’uso sapiente delle rime e di altri accorgimenti tecnici. Nel solco di Venditti sono venute altre buone voci – Costantino Catapano (1904-1979), Pasquale Zolla (1938), Lella Chiarella (1931) -, con quell’insistere sul tono disincantato dello scorcio ironico o addirittura dell’aggressione satirica.
Un tratto, questo, che si nota anche in Giacomo Onorato (1916) e Riccardo Sgaramella (1949), che ci riportano coi loro natali in terra di Cerignola, patria del sindacalista Di Vittorio. Se Sgaramella, per la sua giovane età, ha potuto attrezzarsi anche per il ‘rumore lessicale’ della modernità più prossima, nel mito politico di Di Vittorio è invece vissuto l’ex bracciante Michele Sacco (1921), che ha saputo inventarsi, emancipandosi dal suo analfabetismo, un dialetto scultoreo e battente, duro come l’epos contadino di sofferenze che racconta. Una bella sorpresa, questa (il caso del dialetto di un altro militante politico, Giuseppe Papa di Motta Montecorvino, essendo più marginale), che ci pare segni a tutt’oggi l’approdo a quel tipo di coscienza che Pasolini andava cercando inutilmente in Puglia, al momento di compilare nei lontani anni ’50 la sua fortunata Poesia dialettale del Novecento.
Né molto può aggiungere al quadro fin qui tracciato il pulito etnografismo di Grazia Stella Elia di Trinitapoli o l’accorta vena satirica di Emanuele Amoroso (1922) di Margherita di Savoia. Saremmo già nell’ambito di un testardo catasto dialettale che molto ha da vedersela con smisurati sottoboschi letterari e niente più può in lingua passibilmente critica o almeno discernitiva.

Sergio D’Amaro

(in Poesia dialettale della Capitanata – Tavoliere-Subappennino-Gargano, a cura di Sergio D’Amaro, Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani, Roma, Cofine, 1997, pp.7-9)

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V. POESIA DIALETTALE DEL GARGANO

Il finesecolo spinge a fare bilanci complessivi anche nel campo della poesia dialettale. Dopo i lavori antologici di copertura nazionale, come quelli di Spagnoletti, Vivaldi e Serrao, giungono ben accette le indagini territoriali che affiancano questa difficile opere di ricomposizione geografica.
Le Edizioni Cofine di Roma pubblicano Poesia dialettale del Gargano, ‘antologia minima’ a cura di Cosma Siani (1996, pp.63). Minima è questa antologia perché dichiaratamente si annuncia come un primo spoglio panoramico di una zona fino a tempi recenti periferica del Mezzogiorno. Compongono questo primissimo quadro quattordici autori distribuiti tra otto paesi (Ischitella, Manfredonia, Mattinata, Monte S. Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro Garganico, Vieste). Mancano località che avrebbero fatto sospettare invece una certa vivacità di verso ( Vico, Rodi G., Peschici), ma ciò è in parte dovuto alla difficoltà di reperimento dei materiali e alla loro confusione, se buoni, nel mare di un esorbitante sottobosco.
Quanto ai temi trattati, ci troviamo per lo più di fronte a versanti espressivi già dissodati, ma che evidentemente sono stati per molto tempo consustanziali al dialetto usato a fini letterari o più coscientemente realizzato: “i ricordi e la suggestione del tempo ritrovato, - dice elencandoli il curatore –il lamento dei giorni mutati che è in effetti ipostasi del rimpianto per il tempo perduto, la descrizione paesaggistica e gli scorci di paese, il bozzetto e l’arguzia popolana, la religiosità rituale alla radice dell’esistenza, gli aspetti contadini e pastorali che si intridono alla vita di paese”.
Fanno eccezione due autori, Borazio e Granatiero, appartenenti a generazioni diverse, la cui produzione indica emblematicamente la punta avanzata del dialetto: Borazio (n. 1918) portatore di umori sociali e finanche di coscienza politica e polemica, Granatiero (n. 1949) interrogatore dell’io, svisceratore di paesaggi interiori. Tra questi due estremi navigano gli altri, che sembrano fiorire più folti lungo l’asse centrale del Gargano (San Marco in Lamis – San Giovanni R. – Monte S. Angelo), a scapito delle zone costiere. Ma è solo una considerazione a posteriori giacché, come s’è detto, quello offerto è solo un primo sondaggio, a cui va subito aggiunto per l’appunto, in forte complementarietà, Poesia dialettale della Capitanata, pubblicata nel ‘97 dalla stessa editrice romana e curata, oltre che da Siani, da Sergio D’Amaro e Mariantonietta Di Sabato.

Sergio D’Amaro

[in “Diverse Lingue”, XIII, 17-18, maggio 1998]

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VI. DUE POETI DEL POPOLO

TRA ANNIVERSARI E RICONOSCIMENTI POSTUMI

La memoria, unita alle occasioni, dà il destro di parlare di due tra i più significativi poeti dialettali pugliesi del Novecento: Francesco Paolo Borazio e Giovanni de Cristofaro.
Il primo, Borazio (1918-1953) di San Marco in Lamis, è stato cavapietre autodidatta, poi soldato nell’esercito regio impegnato nella 2^ Guerra Mondiale. Debole di polmoni, la malattia lo salvò dal piombo nemico, ma lo sballottò di ospedale in ospedale. Nell’angoscia, nel dolore, nella lontananza forzata dal paese garganico d’origine, Borazio conobbe l’amore.
Furono anni precari, feroci, appassionati: gli anni decisivi della vita, quelli in cui si gioca al destino e ci si inventa improvvisamente, prepotentemente, poeti del popolo. Con gli altri si usa l’italiano strettamente autarchico, burocratico, finanche ridicolmente retorico. Con sé, nella propria mente, nel segreto dei propri ricordi, nella sommessa rievocazione del proprio villaggio, si risente la voce antica di un’umanità agli altri ignota. Una dopo l’altra, le parole sempre vive del dialetto sgorgano sulle pagine, riempiono fogli, costruiscono una struttura ritmica che è gradita alle orecchie e al cuore. Borazio alterna il dialetto all’italiano, e intanto legge molto e affina gli strumenti, attratto ugualmente dall’elegia e dall’ironia, dalla malinconia e dalla satira. Ne nascono poesie pensose e sentimentali, ma anche, e sono la maggioranza, poesie giocose, frizzanti, stravaganti, burlesche (un’abbondante selezione si trova nel volume La preta favedda [L’eco], prefato da Tullio De Mauro nell’82 per i Quaderni del Sud di San Marco in Lamis). Il dialetto garganico di San Marco viene piegato per la prima volta ad un gioco volutamente letterario, ad una prova di maestria metrica e di variazione tematica.
Reduce dalla guerra, ma non guarito, Borazio riapproda al paese natale, proveniente da Imola. La lingua del suo popolo è pronta per la sua opera più ambiziosa, Lu trajone [Il drago], un poemetto eroicomico in sette canti, acconciato secondo la tradizione pulciano-tassoniana (uscito nel ’77 presso la citata collana editoriale e prefato da Francesco Sabatini). Borazio vi fonde, in stupefacente equilibrio, la favola etnica e la rappresentazione, condotta fino al grottesco, di un mondo in trasformazione, l’antico mondo delle paure ancestrali e lo stravagante quanto velleitario esorcismo di una comunità rozzamente modernizzata.
Oltre che poeta, Borazio è stato anche pittore e militante politico nelle file del socialismo. Negli accessi più brillanti del suo coté satirico ha inventato giornali ad una sola tiratura, scritti e disegnati manu propria. Ha dipinto, scritto, sperato forse in un’Italia migliore, migliore di quella del 18 aprile del ’48 e della riforma agraria del ’50. Grazie alle sue opere postume, ora è compreso in antologie di ampiezza nazionale, come quella di Spagnoletti e Vivaldi (Garzanti, 1991), di Bonaffini (New York, Legas, 1997) e di Serrao (Caramanica, 1998).
Giovanni de Cristofaro (1886-1969), anche lui garganico come Borazio ma di Monte Sant’Angelo, per molti anni funzionario comunale del paese d’origine, è stato fino a ieri pressoché ignorato fuori dalle mura patrie. Quando tornava a casa, lasciava i panni di navigato travet di periferia e, inforcata la penna, si dedicava al nobile impegno di conservare la memoria del dialetto locale. E col dialetto, l’humus di quel piccolo popolo della montagna garganica (la Montagna del Sole), i gesti, le vicende, i sentimenti. 23
‘Mmizzo la stréta [Sulla strada] s’intitola il grosso volume di versi uscito presso l’editore foggiano Grenzi, grazie al contributo del Comune di Monte Sant’Angelo e in collaborazione con BancApulia e col Centro di Studi Garganici. Il volume raccoglie in 250 pagine la miglior produzione di de Cristofaro, tradotta dal figlio Giuseppe e da Franco Nasuti. Lo abbiamo grazie alle cure certosine del giovane letterato di San Giovanni Rotondo Michele Notarangelo, che vi ha profuso scienza filologica e scaltrezza metodologica. Nella lunga prefazione, Cosma Siani tratteggia nel modo più chiaro le coordinate di de Cristofaro: orizzonte storico-geografico, meriti linguistici e di stile, originalità di visione poetica. Se i tempi fossero stati più maturi, Pasolini l’avrebbe forse incluso nella sua famosa antologia guandiana del ’52 e avrebbe riconosciuto in de Cristofaro un campione di quel realismo meridionale che sa trovare, fuori del facile bozzetto, la lingua giusta per la quotidiana epopea di un paese qualunque.
Un appunto di cronaca, che farà piacere ai cultori del dialetto. In occasione della presentazione del volume, avvenuta nel settembre ’98 alla presenza dell’illustre geografo Osvaldo Baldacci, grande amico del poeta, il figlio di de Cristofaro, Giuseppe, che vive ad Aosta, ha promesso di donare tutti i manoscritti del padre al Comune di Monte San’Angelo. E la promessa, in verità, è stata mantenuta, se il citato Notarangelo ha potuto curare ben tre altri volumi dell’autore: Scene di vita. Teatro in dialetto, Foggia, Grenzi, 1999; ‘Ndegnamente. Poesie religiose, ivi, 2001; Cantastorie del Gargano, ivi, 2001.

Sergio D’Amaro

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VII. JOSEPH TUSIANI

UNA FETTA DI DIALETTO ALL’ANNO

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Sembrava che con i lunghi anni passati tra i cieli dell’ ’estate indiana’, percorrendo le vie che congiungono il Bronx agli intensi commerci umani di Manhattan, Joseph Tusiani dovesse cedere una buona volta alle prepotenti carezze della cultura americana. Un’ eccellente carriera accademica e un distinto status di scrittore in inglese lo avrebbero dovuto convincere ad un’integrazione totale. Invece, quello che Tusiani ha voluto sempre difendere su tutto è stata proprio la sua identità di italiano: e di italiano del Sud, proveniente da una provincia povera e isolata da cui partì, avendone assorbito le linfe più profonde, appena laureato a Napoli.
In cinquant’anni d’America, quel patto stabilito con la sua terra non sarebbe mai venuto meno, anzi avrebbe sostanziato buona parte della sua opera e avrebbe come sottolineato la vena malinconica e pensosa, che è un segnale non secondario dell’elaborazione artistica della perdita, del compenso di una lacerazione. Sarà stata anche una necessità e insieme un destino: insegnare letteratura italiana ha significato pur sempre ‘ricordarsi’ della propria origine, ripassare il proprio passato. Ma non è stato solo questo, se lo sforzo maggiore dell’opera di Tusiani è andato diritto ad un recupero complessivo di memoria e di
storia (e di memorie e di storie), nella consapevolezza che nulla, ma proprio nulla, si deve dimenticare della propria terra e della propria lingua, e che è impossibile (sarebbe un delitto e un peccato capitale!) cambiare il proprio modo d’essere nel mondo. Al fatto esistenziale è occorso poi di diventar corale, assimilando Tusiani il suo viaggio di emigrato a tutti gli altri che lo hanno preceduto e accompagnato: questo ha significato il suo libro capitale di poesia Gente mia, il farsi portavoce di tanti molteplici destini, l’orgoglio di aver partecipato a un moto di storia e ad una trasformazione epocale di culture.
Solo negli ultimi anni, però, dopo sparse plaquettes in tempi lontani, è gorgogliato il dialetto d’origine, facendosi da rivolo torrente e chiedendo, sempre con più urgenza, voce. Bisogno di matria, ritorno alla Heimat, riacquisizione della Volkstimme? Chi crede all’eterno ritorno ama anche le immagini circolari, seguendo le quali il nostro avrebbe dunque rimesso gli orologi sul quadrante della ‘nostalgia’, di un riacutizzato bisogno di reimpossessamento del villaggio ancestrale. Un villaggio – lo si capisce adesso, dopo 50 anni di scenari futuristici e di scattante urbanesimo – che è rimasto là sul fondo, umile piccolo eterno, e per il quale bastava che qualcuno lo riprendesse perché si destasse dal suo sonno apparente.
In questa luce forse si spiega questo poemetto eroicomico, La poceide, che ora Tusiani congeda alle stampe preso le edizioni Quaderni del Sud di San Marco in Lamis (con traduzione di Anna Siani e una nota di Antonio Motta, 1996). La poceide –come dire ‘Le avventure di una pulce’ , ma qui gioca la concorrente traduzione che Tusiani ha fatto del Morgante del Pulci per la Indiana University Press – è un amabile libretto in sestine: una pulce e una zanzara, colpite dal colesterolo contratto nel pungere le grasse carni dei cittadini di San Marco in

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Lamis, cercano una cura, coinvolgono un sindaco e Brigitte Bardot, scomodano San Francesco e alla fine costringono gli uomini, convertiti alla saggezza, ad adeguarsi ad una dieta più vegetariana.
Una gustosa parabola, in cui la pulce del dialetto gioca il suo confronto con la peste della modernità, e in cui dietro lo scherzoso capovolgimento uomo-animale c’è il retroscena particolare di una coscienza. Come a dire che Tusiani trasporta nel luogo privilegiato della sua bottega dialettale il problema pungente di una degenerazione di valori (il colesterolo sta ad indicare i nuovi mostri comportamentali: avidità, consumismo, ecc.), desiderando in realtà esorcizzare, sotto l’ala della figurazione comico-parodistica, l’incombente rischio che corre il suo ‘mondo’insieme al mondo più generale.
Il Tusiani dialettale esibisce una gamma estesa di accorgimenti lessicali (inserti colti, giochi di parole, parole della scienza) e di registri (da quello aulico a quello burocratico e plebeo), sì che questa sua nuova dimensione espressiva, ispirata a uno scaltro uso della tradizione favolistica, ne esce come irrobustita e l’esito pacificatorio del dramma ricompone, anche se per un momento, l’inquietudine dell’autore. Il messaggio è: il mio ‘villaggio’ è salvo, ha riacquistato la salute, l’origine prima del mio essere è integra ed è ancora capace di farmi accettare il mio destino di emigrato in altre lingue.

2.

In appena sei anni (dal ’91 al ’97) Tusiani ha pubblicato quattro libri nel dialetto garganico del paese originario di San Marco in Lamis. Si dirà che per chi come lui proviene da un’esperienza letteraria in più lingue, il dialetto appare realizzazione marginale. Certo non più, però, episodico si può dire tale ritorno insistito al dialetto, seppure esso avvenga in coincidenza coi soggiorni annuali nel paese d’origine.
È che tale necessità espressiva a noi sembra affermarsi in un più dichiarato appello alle radici, in un più martellante richiamo alle origini. È come se Tusiani, insomma, chiedesse più terra sotto i piedi e insieme continuasse una mozione di dialogo più costante con i suoi ‘paesani’: quel suo mondo lontano degli anni ’30 e ’40, quelle sue colline, quella natura apparentemente eterna, quell’umanità formicolante di piccoli lavori, di botteghe, di casette bianche sotto un sole smemorante. Eppure questo approccio, questo ponte d’affetti, questa carezza psicologica, Tusiani ha il pudore di distanziarla, di oggettivarla in dei sorridenti racconti che stimolano al cemento degli incontri e al ritrovamento della ‘piazza’ come luogo elettivo dello scambio e del reciproco riconoscimento. In fondo, cioè, Tusiani è costantemente ossessionato dalla rimozione di un rimorso (quello di aver varcato le colonne d’Ercole e di aver abbandonato la sua antica aiuola) e dalla ricomposizione di un conflitto che lo tiene sempre in bilico, tra orgoglio e dubbio, tra possesso e smarrimento (“Sono un uomo o due strane metà di uno?”).
Il sorriso di questo suo nuovo poemetto garganico ‘Na vota è ‘mpise Cola [Una

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volta sola s’impicca Cola] (trad. di Anna Siani, postf. di Cosma Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1997, pp. 64) fuga qualsiasi oscillazione dell’anima e travolge gli ultimi scrupoli della ragione. La favola di Cola (ovvero Nicola Bajalardo, scialacquatore di ricchezze, caduto in disgrazia e risorto alla saggezza grazie ad un tentato suicidio) ripete antiche trame narrative popolari e più dotti addentellati di gusto – da Shakespeare all’allegoria medievale di Everyman, al Morgante del Pulci – con tanta goduta cucina espressiva e tecnica (qui il distico a rima baciata), che è difficile non assimilarlo all’allegra brigata di tanta letteratura dialettale. Si avverte sempre il poeta scaltrito o il raffinato cesellatore, forte di una lunghissima esperienza di traduttore e di filologo.
Ma il disegno è leggero, ogni nube di pur velato spleen lontana. Erompe l’altro aspetto di questo autore, una sua vena di umori forti, di unghiate comiche, di allusioni sanguigne che affondano nella lingua aspramente realistica dei vicoli e dei bassi di un lontano mondo contadino. La tendenza al gioco, al divertissement misto di erudizione e di tradizione popolaresca, raggiunge in questa ulteriore prova di Tusiani un sapiente dosaggio di bilance e dà il destro ad una lettura piacevole ed efficacemente evocativa. Chi saprebbe sotto queste nuove spoglie riconoscere l’autore del Canto del Bicentenario, l’interrogatore inesausto di se stesso, delle sue origini, dello straordinario incontro di due culture? Ebbene, questo aureo libretto riconferma una complessità di risultati che non credevamo così capace della nascosta ricchezza del dialetto del Sud più periferico: inglese o italiano, latino o dialetto, Tusiani ha saputo tutto vivificare con la sua dottissima mano artistica.

3.

Tre nuovi biglietti da visita per Joseph Tusiani. Inglese, latino, dialetto: come se il nostro riaprisse nello stesso momento il ventaglio delle sue tre lingue e restituisse il caleidoscopio della sua anima spartita tra culture lontane ma annodate da un unico legame.
Se il secondo libro dei Carmina latina ha una sua specifica base ispirativa, collegati tra loro da una medesima radice popolaresca sono la traduzione inglese del Morgante di Luigi Pulci (presso l’Indiana University Press) e Li quatte staggione e poesie ritrovate (trad. di Anna Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1998, pp. 57), quinta opera in dialetto nel giro di sette anni. Proprio l’occasione ultima del Morgante può aver dato la spinta decisiva al rampollare di così copioso dialetto: stiamo dicendo, cioè, che l’immersione, durata anni, nel testo pulciano può aver fruttato nuove strade alla ‘parola antica’, può averle suggerito nuovi temi, nuove cadenze, nuovi umori. Del resto, Tusiani ha sempre privilegiato i confronti di lingua e di cultura, restando in bilico tra differenti versanti espressivi.
Non sembri strano, però, che in queste recenti Quatte staggione egli abbia trascurato l’epica per la lirica e sia tornato alla sua vena di fondo, sostanzialmente elegiaca e pensosa. I poemetti che danno il titolo all’opera recuperano il ciclo della vita con uno sguardo proiettato nell’infanzia e col ritmo

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battente degli endecasillabi rimati a coppia. Luoghi, tradizioni, personaggi, aneddoti, divagazioni del sentimento, respira il polmone d’un paese come d’incanto ritrovato nella sua pìetas religiosa, rovistato nei suoi angoli più gelosi e più puri, fissato nelle sue mille scenette d’un quotidiano riassaporato con icastico slancio.
Nelle sue poesie ‘ritrovate’, è chiaramente l’occasione che guida la mano. Traspare, comunque, l’inclinazione alla gnomica di specie esiopea, lo spunto divertito e finanche salace, l’ossessione dell’identità dimezzata, l’incanto di una visione fugace (la lirica intitolata La rasta è, in questo senso, un capolavoro di rara commozione). Continua, per noi, questo viaggio insieme a Tusiani, questo svolgersi inesausto dell’interrogazione sulla vita e delle risposte della memoria.

4.

La musicalità, il ritmo, l’empito sentimentale, la tendenza immaginifica connotano anche la più recente prova dialettale di Tusiani, Lu ponte de sòla ([Il ponte di cuoio], a cura di Anna Siani, nota di A. Motta, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 2001, pp. 110). Questa volta il nostro ‘poeta dei due mondi’ ha scelto la leggenda storica (dopo quella biblica de Lu deddù ,1999, e dopo la storia di un umile calzolaio in Maste Peppe cantarine, 2000), le tinte misteriose di un lontano colpo di fulmine tra un principe saraceno e una dolce principessa cristiana, Amarante lui, Antea lei. I due vivono nelle rispettive reggie arroccate su due rotonde asperità garganiche, Monte della Donna e Castelpagano (volgarmente
‘Castedde’), l’una all’altra di fronte e separate dalla piana dell’Alto Tavoliere. Tusiani riprende un vecchio progetto steso in inglese nei primi anni ’60 e rimasto inedito, The Bridge of Leather – A play in three acts. La terra d’origine gorgoglia con le sue memorie rampicanti e trova qui ancora l’agile travaso da una lingua all’altra, a conferma della particolare disposizione plurilinguistica dell’autore. Una tendenza, questa, ancora una volta sottolineata nell’agile antologia di Cosma Siani (già autore di una monografia sul nostro, L’io diviso), or ora uscita presso l’editore romano Cofine, In 4 lingue, dove molto opportunamente, accanto a testi poetici, narrativi e traduttòri, si offre anche uno saggistico, a riprova del suo unitario lavoro letterario.
Tusiani, dunque, entra ed esce da una lingua ad un’altra, dagli orizzonti dell’Occidente plana sulle radure carsiche del suo Sud e ne riacquista d’istinto la voce. Sul Monte della Donna e specie su quello di Castelpagano aleggia il fantasma di un fosco medioevo, folto di fortezze gareggianti con l’aquila, di fragori di armi, di torce che bruciano come le passioni. Questo mondo lontano si agglutina attorno al più misterioso dei sentimenti, l’amore, permette all’autore di scegliere per questa sua opera gotico-romantica gli accenti e le tonalità del melodramma. Una scelta che si inquadra in una più defilata tendenza al testo teatrale , che oltre al già citato esito comprende anche If Gold Should Rust e Alba di gloria, e che si spiega, comunque, con la forte attrazione che il nostro sente per l’aspetto musicale dell’arte letteraria e più esplicitamente per il melodramma ottocentesco.
In questo senso Lu ponte de sòla, pur non rappresentando una novità assoluta

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nella produzione di Tusiani, si impone e per l’audacia compositiva di ben dieci canti (finora il libro dialettale più folto), organizzati in sonanti endecasillabi, e per l’ingegnosità della trama. Il principe Amarante, per coronare il suo sogno d’amore, promette in pegno ad Antea un ponte lunghissimo di cuoio che unisca le due vette montuose dove stanno i loro regni. Pegno meraviglioso e terribile: per ricavare il cuoio necessario a tanta impresa è necessario scannare tutti gli animali, ovini e bovini, a disposizione. Scorrono fiumi di sangue ed è Satana che lo vuole, così com’è lui che arma la mano di ignoti che bruciano il cuoio ormai pronto. Non resta ai due amanti che il sogno: il ponte non sarà di cuoio ma di sole (e il dialetto gioca felicemente sull’equivoco delle parole ‘sòla-sole’), sarà un arcobaleno dal quale i due, credendo di poter camminare, precipiteranno nel sottostante baratro.
Si svolge così il destino crudele delle illusioni più nobili, degli ideali di eternità e di beatitudine. La voce del poeta si insinua nella vicenda come intermezzo, dichiara solenne il futuro che incombe: “Trènnela arrezzenuta / jè llu sone della vita: / appena trasce fa’ l’asciuta: //Matassa tarlata / che ce sburrita: /ce stocca la jurnata: / Ma tutte na vota, / quante non te l’aspette, / la fortuna cagna rota, / e ttu te mitte / sope n’atu trajine / e, citte citte, / arrive ann’atu destine”. Nessuno sa qual è il ponte celeste, ognuno sa solo il suo ponte terrestre, e tutto è sospeso in una domanda che sa di tragico coro greco: “…Chi sape lu nome / dellu ponte che cce vò / fra jome e jjome? // E cchi lu sape fà / lu ponte che cce vò / fra tempe e ‘tternetà? // Sule lu ponte fra vita e mmorte / lu pàssene tutte, / jommene e ffemmene, / jàvete e vvasce: / basta che nnasce”.

Sergio D’Amaro

[Questi scritti sono usciti rispettivamente in: “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 18/06/1996; “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 01/06/1997 e “Diverse Lingue”, XIII,17-18, maggio 1998; “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 14/06/1998; “Protagonisti”, 22, 15/06/2001]

VIII. DI QUA, DI LÀ, LINO ANGIULI

CHISSÀ DOVE CI PORTERÀ

Che senso ha riflettere nel dialetto di una provincia barese, precisamente Valenzano, sul non-senso della nostra esistenza? Una lingua materna piegata a crocicchi semantici, ad emulsioni fonetiche, ad acrobatiche connessioni fantastiche?
Daddò daddà, l’opera più recente di Lino Angiuli (Venezia, Marsilio, pp. 76, 2000) naviga testarda sulle acque tremolanti di questa scommessa e ricrea in lingua mitica e arcaica le oscillazioni di un io costretto all’altalena del suo mordente spirito sarcastico. La poesia non è più quella ben allineata su righe

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interrotte, né è più pensata come assoluto testo autonomo. Daddò daddà è costruito su righe di prosa increspate soltanto da stanghette uso-verso e sulla base di incipit che giocosamente seguono l’alfabeto dall’A alla Z. Una struttura che casualmente prende forma di poesia, si dà un codice di riconoscimento, ma che non vuol essere né prosa né poesia, ma una sorta di interlingua dell’inconscio srotolato, di un retroscena scoperchiato nel momento stesso del suo ribollente funzionamento. Daddò daddà (di qua di là) è proprio il titolo esatto e ricorre come un segnale in tutti e ventidue i testi (c’è anche quello che comincia col j) come un jolly straniante o un intercalare impertinente che fa simmetrici blocchi di realtà, esperienze, logiche, spezzoni di fantasia, cortocircuiti mentali tutt’altro che occidentalmente simmetrici.
Il testo rotola così liberamente come un tapis roulant o una biglia di roulette che aggancia il lettore con la sua retorica ludica e guizzante, mixando tra territori reali e fantastici, il qui e l’altrove, il passato e il presente, i tic e le filosofie, le banalità e gli assurdi, il surreale e il grottesco. Se c’è un sorriso, è il sorriso del disagio di un sottile profondo disadattamento che porta su di sé la fatica di un’ormai lunga esperienza umana, intrisa di contrastanti e iridescenti umori.
E c’è un’altra sezione di questo libro di Angiuli, una serie di traduzioni in valenzanese di dodici testi di autori noti e meno noti. La serie è intitolata Carrescianne la morte (trasportando la morte). Due esemplari traduttòri possono bastare nella loro lapidarietà: “A mo ca moreche, / precuàdeme che la chitarra mè / sott’alla rene: // A mo ca moreche, / mmenze alle marane / e alla mende. // A mo ca moreche, / precuàdeme ce velite / jind’a na bandiere de cemenere. // A mo ca moreche! ” (le parole del dialetto sono sorprendentemente più vicine alle parole dell’originale spagnolo di Lorca, per via del comune sostrato latino e anche dell’arabo, marane-naranjos); “nu desedérie me ponge / de merì. Acchiamendà jind’all’acquagghie / le fiure de l’umete, riparie all’Acheronde…” (dove si sente appena lo sforzo del dialetto di restituire al testo saffico il suo maggiore realismo nell’ultima preposizione).
Doppia sfida per l’autore, nella lingua e nel tema della prefigurazione o delle ultime volontà ante mortem. Un esercizio questo di Angiuli che, se non è esorcistico, è tutto esistenzialistico: e, comunque, ha un effetto altrettanto spaesante, tocca i nervi di un’autenticità difficilmente confutabile. A caso viene la morte, daddò daddà, ma la vita continua malgrado qualche patetico ‘coccodrillo’, qualche ridicolo manifesto funebre.

Sergio D’Amaro

[ in “Periferie”, III, 7-8,luglio-dicembre 1998 e “Carte di Puglia”, II, 2, dicembre 2000]

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IX. LA SCANDALOSA DIVERSITA’

X. INCONTRO CON FRANCESCO GRANATIERO

(San Marco in Lamis, 3 aprile 1995)

Francesco Granatiero è nato a Mattinata, ma vive da tempo a Torino dove fa il medico. Si potrebbe pensare subito che la sua esperienza è intrisa più di aria di mare che degli orizzonti montuosi del Gargano. E invece non è così, perché i contenuti della sua opera attengono tutti a un paesaggio che subito si riconosce per quello dei nostri monti: un paesaggio, bisogna dir subito, fissato da Granatiero all’asprezza e alla primitività degli anni ’50, gli ultimi anni cioè in cui fu possibile vedere il Gargano ancora intatto e, con esso, ancora intatto il lavoro contadino e ancora in pieno fermento i più svariati mestieri artigianali.
Quali sono gli elementi fondamentali di questo paesaggio per Granatiero? Sono i pascoli, i prati, le macchie, i dirupi, le grave, le grotte, i valloni, le pietre (molte pietre); all’interno di questo paesaggio si muovono uomini e animali, portati da necessità diverse e da destini ignoti a convivere e lottare per sopravvivere. Questi elementi vengono guardati e intensamente interiorizzati dal poeta bambino, che dal paese si sposta in campagna per aiutare il padre contadino. La natura grandiosa e solitaria del Gargano si salda agli episodi biografici di più intenso significato emotivo e sentimentale e si consegna come un microcosmo perfettamente delineato alla memoria. Da sottolineare che il codice unico di tale microcosmo è il dialetto, è il dialetto in cui presumibilmente si esprime (o meglio, era capace esclusivamente di esprimersi) la maggior parte della popolazione di Mattinata. Passano molti anni e Granatiero, come molti della sua generazione, si laurea da medico e si trapianta a Torino. L’esperienza che intanto ha fatto, dagli anni ’50 agli anni ’70 quando comincia a scrivere, è di un mondo totalmente cambiato; lui stesso, da un paesino meridionale è passato definitivamente alla grande città del nord, dalla civiltà contadina è passato alla più avanzata civiltà delle macchine. Esperienza grande, comune certo a molti altri ex ragazzi del sud, ma grande, come grande è la svolta epocale della storia d’Italia in quei due-tre decenni del dopoguerra. Scatta allora una molla e viene il tempo, facendosi il passato un mito e il futuro un progetto, di ritornare a rovistare tra gli archivi, forse cercando inconsciamente un perdono, un riscatto, una ragione di vita più profonda, più radicale, più densa di significati e di simboli.
Ed ecco ritrovata l’infanzia, e con essa quel microcosmo che si era andato smaterializzando nell’attrito della crescita. Ogni tanto forse il nostro autore andava pensando a com’era semplice quel mondo, com’era vero, intenso, tenero o ancora a com’era aspro, violento, arcaico. Un mondo sommerso, di cui nessuno sembrava più ricordarsi, un mondo piccolo, antico, provinciale, sporco, povero, ignorante, un mondo fatto di santi e di diavoli, fatto soprattutto però, contro ogni prova contraria, della presenza di un sé e di una famiglia, che in quel luogo preciso aveva vissuto e dato un senso alla sua vita.
Quel che mi sembra abbia fatto Granatiero, cominciando a scrivere prima in italiano e poi nel dialetto garganico di Mattinata, si può assimilare (e questo vale per chiunque faccia un’operazione del genere) alla discesa di Ulisse agli inferi, ad

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interrogare le care ombre dei morti e ricavarne un viatico per il futuro, insieme al perdono per aver abbandonato la terra natale. Tanto più vera questa discesa agli inferi perché fatta in dialetto, cioè in una lingua pressoché cifrata, iniziatica, originaria, prebabelica, in quello che oggi viene chiamato più propriamente un idioletto, una lingua individuale. Una lingua, bisogna dirlo subito, non più orale/gestuale, non più effettivamente parlata da una comunità reale, ma diventata lingua di una ricerca interio