Introduzione p. 9
I. Parola pìrola p.14
II. El sabo, I bocete p.22
III. Diaboleria p.30
IV. Smanie, Sagome sonambule p.43
V. Vose striga p.55
VI. Giergo mortis p.63
VII. Varianti p.70
VIII. Traduzioni p.79
Conclusioni p.86
Note biobibliografiche p.89
Il volume Scribendi
licentia viene proposto come unantologia che raccoglie
quanto Ruffato ha scritto fino a oggi in dialetto:
i libri, le poesie apparse su riviste, alcuni inediti.
Noi lo consideriamo piuttosto unopera, perché
è possibile anzi, facile individuarvi un filo conduttore
(e in che cosa esso consista diremo più tardi) che
ne fa, appunto, un tutto unico.
Non si può parlare (scrivere)
della produzione in dialetto di Cesare Ruffato senza
prima chiarire alcuni punti. Innanzitutto è importante
sottolineare che il poeta non considera il suo scrivere
in dialetto di minor valore rispetto al suo esprimersi
in lingua; sia allinterno di testi che attraverso
apporti teorici egli ne ha esplicitato le valenze positive.
È da notare poi che le caratteristiche essenziali della
sua scrittura poetica non vanno incontro a notevoli
cambiamenti passando dalla lingua al dialetto: né nella
forma, né nel contenuto.
È necessario qui aprire
una parentesi per parlare di queste caratteristiche,
il che è compito particolarmente arduo, non perché
sia difficile identificarle, ma perché ogni etichetta
risulterà inevitabilmente riduttiva, non potendo
ragguagliare esplicitamente sulla complessità, sulloriginalità
di quanto ricopre. Con estrema sintesi si può dire
che per quanto riguarda la forma i testi di Ruffato
sono caratterizzati da una ricerca esperienziale
(tra laltro da multilinguismo, creazione di neologismi,
destrutturazione della sintassi) che rivela come lautore
abbia sempre tenuto conto della processualità evolutiva
nella sfera intellettuale specialmente in letteratura,
nella psicoanalisi per assorbirne, filtrarne, utilizzarne
gli eventi in modo marcatamente originale. I suoi temi
di fondo, poi e non cambiano nel tempo sono la
riflessione etica e la protesta civile: ancora una
volta Ruffato appare immerso, partecipe, coinvolto
nel mondo in cui vive.
Sembra importante rilevare
unulteriore caratteristica del poeta Cesare Ruffato,
e cioè la misura e il pudore dei sentimenti (mentre
caratteristica delluomo è la cultura). Questo porta
a ipotizzare che la cultura sia diventata
più o meno consciamente schermo alla manifestazione
dei sentimenti, sempre forti, tanto da sembrare a volte
eccessivi.
I primi testi in dialetto,
pubblicati, appaiono in Padova diletta (1988),
un libro che insieme a Floema della pietra dello
stesso anno chiude un lungo e fruttuoso periodo di
produzione poetica in italiano. Sin dalla pubblicazione
della prima raccolta (Tempo senza nome, 1960),
non sono mancati interventi critici che hanno accolto,
accompagnato, discusso e commentato questa e tutte
le successive: La nave per Atene (1962), Il
vanitoso pianeta (1965), Cuorema (1969),
Caro ibrido amore (1974), Minusgrafie
(1978), Parola bambola (1983), Trasparenze
luminose (1987). Ancora in italiano sarà Prima
durante dopo, apparso nel dicembre 1989, che può
forse essere visto come cerniera tra un primo e un
secondo periodo del percorso poetico di Ruffato. Percorso
che come si è detto dagli anni Sessanta a oggi
ha un andamento unitario sia nei confronti della forma
che del contenuto, ma che potrebbe essere scandito
in due periodi; nel secondo, la lingua di espressione
è prevalentemente il dialetto, e i temi di fondo ruotano
intorno a uno stesso fulcro, a una presenza:
la figlia Francesca, morta tragicamente nel luglio
del 1989.
A due anni dalla pubblicazione
di Padova diletta , dunque, con Parola pìrola
(1990) Ruffato inizia un periodo di produzione
in dialetto; si fa lipotesi che il primo ricorso a
questo mezzo di espressione sia stato istintivo (utilizzare
uno strumento che si sentiva capace di maggiore aderenza
a ciò che voleva essere detto), e che soltanto in un
secondo tempo, attraverso una riflessione che avrebbe
portato a Diaboleria (pubblicato nel 1993 ma
scritto subito dopo Parola pìrola) esso sia
stato scelto consciamente, perché rispondeva anche
ad altre esigenze.
Le singole poesie e le
raccolte che sono seguite a Parola pìrola, e cioè
El sabo (1991), e I bocéte (1992) sembrano
essere tutti tentativi di comunicare con Francesca,
di farla rivivere; Francesca, questa figlia unica,
cui il padre si sentiva legato da un affetto intenso
e da molti interessi comuni.
Nel 1996 il poeta tornerà
allitaliano con Etica declive; come è stato
notato, il lettore attento non può non riconoscere
che in questo libro Ruffato ha ripreso se pure con
variazioni brani di Prima durante dopo: «Etica
sembra risultare dal ravvicinamento, volontario, dei
momenti (episodi, circostanze) che hanno segnato il
periodo di gestazione del libro edito nel 1989».
Per la costante presenza di Francesca, Etica declive
appartiene di diritto al secondo periodo della produzione
poetica di Ruffato, anche se il mezzo di espressione
è litaliano.
Nel 1998 Cesare Ruffato
darà alle stampe Scribendi licentia, un libro
in cui si trovano, come si è detto, oltre alle raccolte
in dialetto dei primi anni Novanta anche numerosi inediti.
È di questo volume che si vuole parlare nel presente
lavoro.
I titoli, in Ruffato, non
sono mai occasionali. Scribendi licentia, questa
frase di Cicerone, sembra doversi intendere non soltanto
come libertà di scrivere, ma anche come responsabilità
di farlo, in completa aderenza al modo in cui lautore
considera da sempre latto poetico, che deve «costringere
riflessioni forti nei limitati spazi a disposizione
della parola». Riflessioni etiche, quelle che rappresentano
il «tenace filo conduttore che aggrega tutte le sue
opere», che insieme alla presenza di Francesca
fa del volume qualcosa di più della raccolta de «la
maggioranza dei testi poetici in dialetto di Cesare
Ruffato», come recita il risvolto di copertina.
Questa interpretazione
sembra anche suggerire una chiave di lettura, un invito
prima di tutto ad andare al di là del dialetto,
al di là dello stile, a non ritenere che siano questi
gli elementi unificanti, ciò su cui il lettore deve
concentrare lattenzione, come la maggior parte dei
critici ha fatto in passato.
È vero, la scrittura di
Ruffato è «sempre tesa ad ampliare e moltiplicare i
rapporti tra le parole, a demistificarne il dettato,
dilatando il linguaggio sino ad includervi tutto: dal
registro colloquiale a quello alto, dalle lingue morte
agli stereotipi»; in lui «il dialetto diventa lingua
privilegiata [
] di unoperazione sperimentale, con
cui gli elementi translinguistici, i lessemi tratti
dal latino più o meno maccheronico, neologismi [
]
termini tecnici mutuati dal vocabolario scientifico
[
] espletano [
] la teatralizzazione della parola,
figura adulterata, disseminata, dilatata, implosa,
contaminata, resa connotativa, transitiva»; «è un dialetto
reinventato, che trascina un gran numero di materiale
allotrio, proveniente da un vastissimo bagaglio culturale
e intellettuale», che ha «una inventività e creatività
che lavora pertinentemente sui significati [
] [una]
sintassi aggiuntiva e elencatoria [
] [una] semantica
di forte ambiguità [
] la costruzione di immagini paradossali
e stranianti [
]. La densità teorica e metalinguistica
[
] costituisce una notevole acquisizione rispetto
agli standards dialettali». «Ruffato procede [
] per
accumulo e deformazione. Il suo dialetto è forzato
e deformato, incrociato e contaminato con altre lingue,
compresa quella tecnico-scientifica»; «cè, allinterno
della lingua poetica di Ruffato, uno scompenso [
]
fra il significante, la catena sonora che ora nel dialetto
espande e talora fa esplodere le sue cariche fonosimboliche,
e il significato. Il significante è continuo, il significato
discontinuo: la comunicazione passa [
] solo a tratti»;
il suo dialetto «per le molte invenzioni lessicali,
per i termini presi da ogni campo della comunicazione
[
] sia da quello elevato della scienza [
] sia quello
raffinato della cultura umanistica, o quello derivante
da una destrezza polisemica [
] e da un plurilinguismo
che tocca per rapidi flash il latino, il maccheronico,
lantico provenzale, lo spagnolo, il francese e altre
lingue [
] si coglie come infittito, dilatato, acceso,
iperreale». Ruffato sembra aver trovato «proprio nel
dialetto il modo di dilatare ulteriormente i suoi campi
linguistici», utilizza «un dialetto singolarissimo
dove è rispettata sia la tradizione popolare del colorismo
dialettale per poi contaminarla con la davvero diabolica
potenza dinvenzione espressiva che contraddistingue
sempre Ruffato in dialetto come in lingua». Tutte queste
osservazioni sono pertinenti, ma non è questo laspetto
che ci interessa: vogliamo andare al di là della veste,
arrivare al «sentimento che seppur negato dalla struttura
esplorativa della lingua rimane il filo tenace del
suo [di Ruffato] fare poesia». Vogliamo anche mettere
a confronto i testi che appaiono in Scribendi licentia
con quelli originali, avvertiti che essi «sono stati
oggetto di assillante revisione e selezione», e inoltre
fare qualche osservazione sulle traduzioni fornite
dallo stesso Ruffato.
La chiave di lettura di Parola pìrola può essere trovata a pagina 11, dove il poeta si rivolge a Francesca:
Voria darte [ ]
lanema de la parola [ ]
nel darse la man credemo de scursare
la distansa, ma el ris-cio de voler
massa [ ]
xe tanto grande e scuro
na note che mai se supera [ ]
(Vorrei darti / lanima della parola / nel darci la mano crediamo di accorciare / la distanza, ma il rischio di volere / troppo / è tanto grande e oscuro / una notte che mai si oltrepassa)
Francesca, la parola: le
due protagoniste principali di questa raccolta. Ma
non le sole, perché la storia comincia addirittura
con Adamo ed Eva, e sembra a volte disperdersi in rivoli
che vanno in direzioni diverse. Perché Ruffato usa
tutto, usa di tutto: le notizie di attualità riportate
dai giornali, losservazione di se stesso (anche dei
propri malanni, e le idiosincrasie, e i giudizi sempre
passionali , e i ricordi). Eppure non è difficile
riportare ogni apparente dispersione a Francesca, o
alla parola a volte a una sovrapposizione delle due.
Così, per esempio, la Monega
Eurialina nello stato di isolamento, di depressione
in cui vive richiama Francesca, e Ruffato lo dice:
«Come ti la svaga la so macina
» (Come te svaga
la sua macina), e lo ripete poco più avanti: «antonomasia
de ti-ela dolse / scavessacolo
» (antonomasia di
te-lei dolce / indisciplinata, p.14). Ma, nella
pagina seguente, comincia anche già a parlare della
parola: «La verità
siglese mistico», incomprensibile
come il linguaggio delle sigle, o come il linguaggio
mistico. Il personaggio evocato (e la persona ricordata)
nella loro fragilità portano alla mente del poeta
per contrasto la fermezza di Giovanna dArco (a
pagina 18, «la pulzella»); ma lattenzione ritorna
sui quotidiani atti umilianti della vita della monega,
e sulla vita di Francesca:
Anca ti mea lux del luto
damor testimone te netavi le scale
dei ufici per tetare la simia [ ] (p.19)
(Anche tu mia luce del lutto / testimone damore pulivi le scale / degli uffici per allattare la scimmia)
(tetare la simia, ancora un esempio della varietà di linguaggi che Ruffato utilizza: qui è quello degli stessi drogati).
La sovrapposizione di Francesca ed Eurialina si fa più frequente:
un provenzale nostro
esperanto [ ]
le noti de gelo minsunio
quando sì papà me meto prometo
e ancora leco daldelà speto [ ] (p.21)
(un provenzale nostro / esperanto / le notti di gelo mi sogno / quando sì papà mi cimento prometto / e ancora leco dallaldilà aspetto)
e «Umilmente insieme rimemo na cobla / tensonada / Penin schincà » (Umili insieme rimiamo una stanza / a più voci Pennino spuntato ): ancora Francesca, non ancora morta ma usurata, spuntata, come un pennino che non scrive più. Nei versi conclusivi della prima sezione il poeta sembra staccarsi da Francesca/Eurialina e ripiegarsi su se stesso:
[ ] no so se inamorarme [ ]
de le mascare che semo
o goderme in pase i vostri mondi
de ilusion (p.24)
(non so se innamorarmi / delle maschere che siamo / o godermi in pace i vostri mondi / di illusioni),
cercare il reale, sempre equivoco (mascare), o accettare lillusione: quella creata da Francesca, o dalla monega, o da chiunque non possa sopravvivere se non in un mondo fuori dalla realtà.
Nella sezione Parola polena protagonista indiscussa sembra essere la parola, «Nata da parolo sior spenotà e da na parolezza squinzi» (Nata da parolo signore spennato / e da una parolezza ninfetta , p.25), ma non ci vuole molto a capire che il poeta pensa a Francesca, parla di/con Francesca. Il malà nel titolo della prima sottosezione (Parola malà) sembra sollecitare il sovrapporsi delluna allaltra, e le caratteristiche della parola appena nata sono presumibilmente quelle di Francesca infante:
muleta da la cuna [ ]
disapetente sprussa vocali [ ]
Gàrula spuma (p.26)
(testarda sin dalla culla / disappetente spruzza vocali / Garrula schiuma)
Anche i sintomi della malattia sono sovrapponibili, ma adesso il poeta parla di Francesca adulta: «scominsia il malessere alergia » (inizia il malessere allergia, p. 27),
formighesso, fame de aria, paura
palpitassion [ ]
Se riva presto
al bruto male labirinto bianco
sabia mobile (p.28)
(formicolio, fame daria, paura / palpitazioni / Si giunge presto / al brutto male labirinto bianco / sabbia mobile)
E che dire della Parola
matita? Quale ritratto più pregnante di una giovane
avviata allannientamento di se stessa, e pure ancora
così desiderosa di trovare un aggancio, una ragione
per continuare a vivere, che ciò che si legge a pagina
29, questo «legneto / scortegà o massa uà» (legnetto
/ scorticato o troppo affilato), questo segno leggero
cancellato dalla stessa mano che lo traccia: «grafite
del trato de la man / che spotica scancela» (grafite
del tratto della mano / che despote cancella),
e che vorrebbe possedere le qualità «de scritura che
dura» (di scrittura durevole)?
In Parola coi busi
(a pagina 30) Ruffato sembra aver dimenticato Francesca:
ora è lui di fronte alla parola, e alle immagini che
gli si presentano alla mente. «Nel sogno» si fa parola,
quella che, in Parola morbin (a pagina 32) viene
«rustegando el silensio sotovose» (rusticando il
silenzio sottovoce); il poeta cerca di dominarla:
«me rabalto e prostro» (io cado e mi prostro),
mentre vuole «basare / la venuta de la vose nel dominio
/ del parlato» (baciare / la venuta della voce nel
dominio / del parlato). A pagina 33 sembra essere
il titolo (Parola denaro) a determinare il testo
che riporta soprattutto ricordi dinfanzia, e che soltanto
nellultima parte fa intervenire la riflessione adulta:
«denaro se scortega anca in donare» (denaro si scortica
anche in donare, p.35).
In Parola droga
è il secondo lemma che domina il quadro, che suscita
le immagini: «Parola» che «smorsa listinto de vita»
(che spegne listinto di vita, p.35). La scomparsa
di Francesca ha lasciato al poeta solo resti:
Me resta in man [ ]
un paro de borsete ratrapie
libri notai, camise smarie [ ]
scarponsini scalcagnai (p.36)
(Mi restano in mano / un paio di borsette striminzite / libri chiosati, camicie scolorite / scarponcini sciupati);
guardare, toccare ciò che le è appartenuto sembra quasi obbligare al colloquio diretto:
Dormi ne i me spigoli [ ]
ombra stuà de vose [ ]
fame esistere. (p.36)
(dormi nelle mie punte / ombra spenta di voce / fammi esistere)
Nella sottosezione Parola sui trampoli la parola, per evadere dal «piano, fracà / da la sicità che sementa la tera / e dal paltan co strussia la piova», si slancia verso lalto. È così gratuito leggervi, ancora una volta, il rispecchiamento di quello che poteva essere lo stato danimo di Francesca, oppressa da ciò che stava vivendo?:
Nel slancio verticale ghe preme
sgrinfiare un tempo perso o dissipà [ ]
In alto un poco de silensio bersalia
na porta su na zona no conossua
forse quela che sgrafa e spense i desideri [ ]
In ritardo la se incorse de laria
rarefata che sbaca el cogito (p.37)
(piano, compresso / dalla siccità che cementa la terra / e dal pantano quando imperversa la pioggia / Nello slancio verticale le importa / afferrare un tempo perso e dissipato / In alto un po di silenzio bersaglia / una porta in un luogo sconosciuto / forse quello che graffia e spinge i desideri / In ritardo si accorge dellaria / rarefatta che rende dispnoico il pensiero).
«La se cata naltra» (Si
ritrova diversa, p.38)
Parola sigà propone
un alternarsi delle voci del padre e della figlia,
ma è anche colloquio con la parola, sovrapposta a Francesca:
- papà no perderte subito
no molarme
perché desso so [ ]
sto trobar
no basta a inlemmarne spire
de idee che sincarna e ferma
la vose
alora scoltame, mando su le nuvole
lurlo
sperando de dresfare el me gelo (p.39)
(- papà non perderti subito / non lasciarmi / perché ora so / questo poetare / non basta a farci lemma spire / di idee che si incarnano e arrestano / la voce / allora ascoltami, mando sulle nuvole / lurlo / sperando di sciogliere il mio gelo)
La parola (Parola sguardo)
è ancora una volta personificata, sullo sfondo del
«pianeta / coegoso che vomita el falso»; «la ga tentà
el raporto / dialetico co limagine / el tufo nel metatesto»
(ha tentato il rapporto / dialettico con limmagine
/ il tuffo nel metatesto); vuole «che i no la creda
più cassetòn / valisa frigida impenetrabile del discorso
/ ma musina de contati» (non la ritengano più un
cassettone / un baule frigido impenetrabile del discorso
/ ma scrigno di contatti, p.44). Vuole essere «poema
essensiale», ancorché «a la deriva». Tutto un discorso
sulla parola, ma le righe conclusive della sottosezione
riportano a Francesca: «Da crepare per non sentirse
più / forma de son, no savere più / de esistere
» (Morire
per non sentirsi più / forma di suono, non sapere più
/ di esistere, p.45).
In Parola fiaba
come nella sottosezione precedente cè contrapposizione
(e qui anche più forte) fra un primo piano dove protagonista
è la parola, e lo sfondo, dove
Se crea un vodo patìo torno
la fabula scaltrìa dal comercio
fantamachina metalisà de fumeti
calcomanie sponcià de violensa
e mostri (p.46)
(Si crea un vuoto patito intorno / alla fabula scaltrita dal commercio / fantamacchina metallizzata di fumetti / calcomanie iniettate di violenza / e mostri)
È la storia fantastica della parola: «na volta / casete fatine vosete / cosete putine» (Una volta / casette fatine vocine / cosette bambine); «Un tempo / la dansava su le boche» (Un tempo / danzava sulle bocche); adesso
Taiussà da semiologi
la ga sbandonà [ ]
el labirinto sempre manco
navegà da la vose del dialeto [ ] (p.48)
(Microtomizzata da semiologi / abbandonò / il labirinto sempre meno / navigata dalla voce del dialetto);
si ritrova in un mondo di
progresso escaroso
prepotente egoista, matopatoco de auto
gnoranterie astruserie loterie
un caos che sbrana sità, incendia
el verde sensa remission. (p.49)
(progresso pieno di escare / prepotente egoista, del tutto pazzo per auto / ignoranza astruserie lotterie / un caos dilania le città, incendia / il verde senza pietà)
Eppure è stata «parola poetica», quella che «nomina in sordina i malani de lanema» (p.50), ma per descrivere ciò che è diventata ora non cè che la «fiaba facezia» di Baldassar Castiglione, in cui «le parole si gielavano in aria e vi restavano ghiacciate» . Parole non più capaci di servire alla comunicazione:
Nel congelarse le deventa
fantoci fantasmi de luce [ ]
Se le ga
vose umana le pole rifarse
piene [ ]
se no le more (p.53)
(nel congelarsi diventano / fantocci fantasmi di luce / Se hanno / voce umana possono ripristinarsi / globali / altrimenti muoiono)
È soltanto la storia fantastica della parola o di nuovo limmagine di Francesca (e della difficile comunicazione che a un certo punto il padre ha avuto con lei) sintrufola nella storia e finisce per prendere il sopravvento? Leggiamo queste righe:
Fabulava tute le sostanse, el nostro
ovoduro, la to ovomaltina
el saverte dono ogni matina. (p.48)
(Erano favola tutte le sostanze, il nostro / uovo sodo, la tua ovomaltina / il saperti dono ogni mattina)
e più avanti, a pagina 50: «illa tanto esperta de lagreme»; e infine lultima parte:
Dove e come vivere
sensa combinare la distansa co la speransa [ ]
robando el più possibile la vose del silensio
scoltare el respiro de la parola (p.55)
(Dove e come vivere / senza combinare la distanza con la speranza / rubando il più possibile la voce del silenzio / ascoltare il respiro della parola):
in cui il poeta sembra
domandarsi come continuare a vivere se non riuscendo
a collegare la distanza creata dalla scomparsa
di Francesca con la speranza che qualcosa di
lei sia ancora vivo; la speranza di farla rivivere
attraverso la parola. Si fa ora più chiara la
sovrapposizione Francesca / parola, ambedue oggetto
inafferrabile di desiderio. Parola chiamata alla vita,
corteggiata arricchita plasmata, che non si lascia
mai compiutamente afferrare, piegare, a ciò che si
vorrebbe esprimere; parola che giunge da mondi interiori,
calata in codici incomprensibili e se si tenta di
interpretarla non ne resta che leco, la scia verbale.
Eppure leco è già qualcosa, anche lillusione è consolante,
il colloquio è già legame.
Allinizio del libro, a
pagina 11, il poeta aveva scritto: «Voria darte
lanema
de la parola
nel darse la man credemo de scursare
/ la distansa»; la ripetizione della parola distanza,
nellultima parte, ci dice che il poeta sente di aver
terminato il suo lavoro, che il cerchio si è chiuso.
El sabo si presenta come un alternarsi di ricordi, di riflessioni sul passato e sul presente. Il passato è linfanzia del poeta, che fa da contrasto alla triste attualità. Sia nei ricordi che nelle riflessioni cè Francesca, confermando che con questo libro Ruffato continua un discorso iniziato, il colloquio ideale con lei, sempre presente. Il richiamo al Sabato del villaggio, da una parte giustifica e accompagna i ricordi dinfanzia (vissuta in ambiente rurale), ma insieme permette di parlare di quel sabato, il giorno della morte di Francesca. Il poeta lo dice quasi allinizio: «un sabo co do musi» (un sabato con due volti, p.60), bifronte, la gioia e la disperazione. Fornisce anche un identikit di se stesso, forse proiezione di quelle che sa essere le caratteristiche della propria personalità fossero o meno già presenti nel bambino che
ghe ne combinava a sportae [ ]
non se lassa
incolare insupare, disposto
a deraliare treni e poemi. (p.61)
(ne combinava a iosa / non si lascia / incollare inzuppare, incline / a deragliare treni e poemi)
Lo «sbarbatelo» di allora
è diventato adulto, vuole «ridare la vose a chi / se
sofega in giorni e megalopoli / el scrive parole autistiche»
(ridonare la voce a chi / soffoca in giorni e megalopoli
/ scrive parole autistiche, p.62). «El sabo
xe
cambià» (Il sabato è mutato, p.63), e si arriva
a una dedica a Francesca scomparsa: «se desso so dire
fare qualcossa / ringrassio te semensa sen sufrensa»
(se ora so dire fare qualcosa / ringrazio te seme,
sete pazienza, p.65).
I prodromi della tragedia
droga di Francesca introducono il poeta nel girone
morte:
- babbo la me esistensa xe
na gran passion svodà de ogni senso -
E mi a ribaterghe de no [ ] (p.68)
(babbo la mia esistenza è / una forte passione vuotata di ogni senso / E io a controbatterle di no),
ma nella morte degli altri si vede la propria morte, la morte fa riflettere sulla propria vita:
na serie de morti de la so morte,
de violenza, scrite nei giornali [ ]
Ecatombe da teremoti, tifoni
vendète pestilense [ ]
Quele singole naturali fa
poca bota [ ]
in ospedale
drio el paravento [ ] (p.69)Quele violente
le fulmina la megola. (p.70)
(Una serie di morti della propria morte, / di violenza, scritte nei giornali / Ecatombe da terremoti, tifoni / vendette pestilenze / Le morti singole naturali fanno / poca risonanza / in ospedale / dietro il paravento; le morti violente / fulminano il midollo)
Dal discorso generale Ruffato torna allimprovviso al pensiero dominante («De sabo ogni morte se someja» di sabato ogni morte si somiglia), e alla disperazione che Francesca deve aver vissuto:
distanti
ben dal savere inissio e fine
de le robe, effati da lo spassio
pien de sènare che ne ciucia
ne le so sfese (p.73)
(lontani dal sapere inizio e fine / delle cose, parlati dallo spazio / pieno di cenere che ci succhia / nelle sue fessure)
Adesso che Francesca è stata richiamata in primo piano ogni ricordo la ingloba, o si rispecchia, o contrasta con lesperienza di lotta e di sofferenza che a lungo ha unito e tormentato padre e figlia:
Le pene [ ]
Tante morti cee
che no copa de colpo (p.75)
(le pene / tante piccole morti / che non uccidono di botto).
Le pene: rendersi conto dei trucchi che Francesca metteva in atto:
dando a intendere
de cavarse fora dal tritume
co premura e diamante (p.79)
(facendo credere / di sottrarsi dal tritume / rapidamente e puntualmente) ;
sapere la sua sofferenza («Tuto el so corpo nei ciodi de Cristo», Lintero suo corpo nei chiodi di Cristo), illudersi di poter intervenire in modo risolutivo («Quante volte per miracolo go salvà / ciao a luni sta bona», Quante volte per miracolo ho salvato / ciao a lunedì sta buona). E ritrovarsi ogni volta sprofondati nellamarezza, a ribellarsi, a inveire contro
la morte [ ]
na piaga cronica da butar via
anca lo stampo (p.85)
(la morte / una piaga cronica da espellerne / anche lo stampo)
La rete di parole che il poeta va tessendo per imprigionare e trattenere Francesca si infittisce ; lo sguardo resta concentrato su di lei, ma i ricordi appaiono nel campo visivo come scotomi. Il sabato viene a identificarsi con tutto ciò che è male:
da putina
la sbrodolava merleti gatognao
col biberon spuaceti
manine piagole co le busete [ ]
e proprio un sabo
nunsio moio de frontiera
el ga destacà la spina [ ]
Adesso ciamo el sabo [ ]
spugna che me suga e porta
de scondon la so vose scampà. (p.86)
(da bambina / carponi sbrodolava merletti / col biberon schizzava sputi / manine burlone con fossette / e proprio un sabato / nunzio fradicio di frontiera / ha staccato la spina / Ora chiamo il sabato / spugna che mi asciuga e mi porta / di nascosto la sua voce fuggita).
e me ricordo un sabo
tre mesi prima de la ima partensa [ ]
la me passava la so paura [ ]
pel mondo [ ]
e per sedarla gavaria comprà
corona solare e nuvole diamanti. (p.87)
(e mi ricordo un sabato / tre mesi precedenti la profonda scomparsa / mi confidava il suo timore / per il mondo / e per calmarla avrei acquistato / corona solare e nuvole diamanti).
Ora che Francesca non è più, nel ricordo il padre può immaginarla docile, a crescere come la si sarebbe voluta:
Desso proprio pulito la spedisse
le so parole co drento el lumin
le sonae noturne lalae, butae là
coi libri di papà
fintona de scoltarme straco
imbecandola tardi de ritorno
da la clinica. E la me riserva
dolse che ancora la cressa
sempre come mi
e no la intende cambiare. (p.90)
(Ora veramente bene lei invia / le sue parole con dentro il lumino / le sonate notturne lallate, gettate là / con i libri di papà / finge di ascoltarmi stanco / mentre la imbeccavo tardi di ritorno / dalla clinica. E mi riserva / dolce che ancora la cresca / sempre come me / e non desidera cambiare).
Limmagine dolse apre a Ruffato una serie di ricordi altrettanto solari: una vacanza insieme, in Grecia; la propria famiglia; la casa della nonna paterna; i sabato dellinfanzia. Ma è inutile afferrarsi allillusione, si conosce troppo bene la fine tragica della storia, gli anni si susseguono impazziti sul quadrante della macchina del tempo:
Ma el sabo sabo dal sinquanta in su
ramena
protesta sessantottina
ani tartassai
siringhe
nomi de piombo pei giornali. (p.96)
(Ma il sabato sabato dagli anni cinquanta in poi / rimuove / protesta sessantottina / anni tribolati / siringhe / nomi di piombo per i giornali)
discoteca psichedelica [ ]
mulin de fandonie [ ]
crack e ecstasy [ ]
bolidi fracassai
fantasmi al metadone [ ]
psicomedesine (p.98)
(discoteca psichedelica / mulino di fandonie / crach e ecstasy / bolidi fracassati / fantasmi al metadone / psicofarmaci)
Amarezza e rabbia invadono il poeta nelle righe conclusive del libro, mentre denuncia una società che si parla addosso, una società incapace di intervenire, di proteggere Francesca e tanti altri giovani, incapace di andare al di là delle parole:
E se melina coi verbi al condissionale
pignate de ponsiopilaterie
gargarismi ganzi co la parola
prevenzione, sensa el costruto
de cultura e carità.
La gioventù nel capio alchemico
nero svena el sacrifissio
cossì malamente
da no portarse gnente
pardelà da contare. (p.99)
(E si melina con i verbi al condizionale / pentole di ponziopilaterie / gargarismi furbi con la parola / prevenzione, senza il fondamento / di cultura e carità. / La gioventù nel cappio alchemico / nero svena il sacrificio / così tristemente / da non portarsi niente / nellaldilà da raccontare).
Il colloquio con Francesca,
il desiderio di renderla presente attraverso la parola,
continua. Passando da Parola pìrola a El
sabo, e poi a I bocete, Ruffato cambia gradualmente
di atmosfera. Il discorso sulla parola, sulla comunicazione,
si presenta irto, scheggiato, bruciacchiato: qualcosa
è esploso, e se ne raccolgono i resti. Il secondo libro,
per linserzione di ricordi dinfanzia (linfanzia
felice sia di Cesarino che di Francesca) ha
un andamento più disteso; la morte di Francesca assale
ancora brutalmente il poeta, ma è come se costui fosse
riuscito a spostarsi leggermente allindietro e un
po di lato, rendendosi possibile una visione migliore
e più consolante della figlia.
I bocete, infine,
(e a non parlare del titolo, un diminutivo), sin dalle
prime righe evoca la quiete, se non la serenità: «Aria
pineta, coline zale / apanae, tortorele e sarmenti
» mentre il poeta si rivolge a Francesca chiamandola:
«mio olvido bucolico magon» (Aria pineta, colline
gialle / appannate / tortorelle e sarmenti / mio oblio
bucolico patema, p.103). La classica invocazione
alle muse, dinizio di poema, è qui uninvocazione
alla «to bambinità»; invocazione necessaria, perché
chi si riconosceva disposto «a deraliare treni e poemi»
(El sabo) ora, nel domandarsi «se lesistensa
xe
/ parola robà da la boca de la morte» teme i limiti
della propria «misera parlata / che no ghe riva a spalancarse»
(la tua bambinità / se lesistenza è / parola rubata
dalla bocca della morte /
misero idioma / che non
riesce a spalancarsi).
Parlare di Francesca parlando
dei bambini, i nostri e quelli del terzo mondo
(o comunque quelli che soffrono, che non possono vivere
la propria età). In nessun altro libro come in questo
il mondo di oggi con la sua ipocrisia, i suoi contrasti
è così presente e sollecita talmente le prese di
posizione di Ruffato, poeta civile. Il poeta,
che ha visto la propria paternità negata dalla morte
della figlia, sommerge di tenerezza, in questi testi,
tutti i bambini: «Scarabei giocondi»; «Lùsole ne la
nebia» (Lucciole nella nebbia); «Batufoli de
carne» (Batuffoli di carne, p.113); innocenti
che pagano per il mondo:
Gesù
li vole
masso fiorio sensa pravità
per portare a spale in su
la crose (p.114)
(Gesù / li vuole / mazzo fiorito senza depravazione / per portare sulle spalle in alto / la croce).
I bambini «del mondo poareto» (del mondo povero, p.118) sono facile preda della morte ed ecco che improvviso il pensiero ritorna a Francesca, ai propri tentativi di «cavarla via / scaldarla col fià» , nellaccorgersi che, alla «siora in nero» (la morte), lei « ghe stava drio pnotisà» (per sottrargliela / riscaldarla col fiato / lei la seguiva ipnotizzata, p.119). La sofferenza sembra colorare il mondo intorno al poeta:
sti alberi che la piova
de novembre cadaverica spenota
pare in crose come mi [ ]
La vita lagrema sconsolà (p.120)
(Questi alberi che la pioggia / cadaverica di novembre spoglia / sembrano in croce come me / La vita lagrima sconsolata).
Il pensiero della sofferenza dei bambini non fa che riproporre e la sofferenza di Francesca e la propria, per la morte di lei,
Trotoleta
mio testimone aldelà te mimpiri
nel lazo (p.128)
(Trottolina / mio testimone al di là mi prendi / nel cappio).
Lultimo testo de I bocete sembra essere un addio alla propria infanzia, un desiderio forse di ritornare al periodo beato in cui il mondo si riassumeva nella mama, in groppa a un cavallino della giostra che si guarda allontanarsi, sicuri che ritornerà.
Come si è accennato, Diaboleria rappresenta un momento di tregua, di riflessione sulla lingua che il poeta utilizza ormai esclusivamente, dopo anni di percorso poetico in italiano. Il primo testo ne dà conferma:
Se prova
co umiltà na capatina
sul dialeto [ ]
raisa etimologica
maniera de parlare dogni omo [ ] (p.159)
(Si tenta / con umiltà una capatina / sul dialetto / radice etimologica / modo di parlare dogni uomo);
«con umiltà», sottolinea, per non «imbatariarse de sofismi filo- / logici che tingiassa» (cadere in congerie di sofismi filologici / che agghiacciano). Osservare il dialetto con umiltà, da una certa distanza; vedervi «forse / na lengua materna che viaja / da le vissare a la metafora» (una lingua materna che viaggia / dalle viscere alla metafora, p.161), o una
ecolingua
grembo o marsupio che abita alita
riscata el sogno
che «sindentra / ne le
robe vere» (ecolingua / grembo o marsupio che dimora
alita / riscatta il sogno / penetra / di più nelle
cose vere, p.162).
«La prima fiata che me
so catà / nel dialeto xe sta la vose de mama» (La
prima volta che mi sono trovato / nel dialetto è stata
la voce di mamma, p.163); subito dopo viene nominato
il «papà»:
ste parole prime parentali
ne loro de la vita ciama
linconscio lalante (p.164)
(Queste parole prime parentali / sullorlo della vita chiamano / linconscio lallante).
Ruffato continua a recitare la sua professione di fede:
El dialeto corporeo xe par mi
importante [ ]
Me ricordo
co go detà mama [ ]
e ninin nel specio de la lengua
invento dimamarme (p.165)
(Il dialetto corporeo è per me / importante / Ricordo / quando ho pronunciato mamma / e minuscolo nello specchio della lingua / invento dimmedesimarmi nella mamma).
Dai balbettamenti alle prime parole:
go butà
na carga grìngola
de parole storpiae neologiste [ ]
e i termini novi
me ga montà
la testa da poeta in erba
espressionista (p.166)
(ho creato / un mucchio allegro / di parole storpiate neologiste / e i termini nuovi / mi hanno montato / la testa da poeta in erba / espressionista).
Qualche anno dopo, linizio della scuola (e delle contraddizioni):
Dai topoi vacui del dialetto anale
direto sui banchi de le elementari [ ]
Fadiga boia destegolare
la parola materna nel talian
ufficiale [ ]
Desmentegare fra le righe
coèghe mus-ciose del dialeto
che concede license e libertà
negae a la lengua rompibale (p.167)
(Dai luoghi vuoti del dialetto anale / direttamente sui banchi delle scuole elementari / Fatica enorme sbacellare / la parola materna in italiano / ufficiale / Scordarsi fra le righe / cotiche muschiose del dialetto / che concede licenze e libertà / negate alla lingua rompiballe).
E poi la constatazione, amara ma innegabile, che il dialetto parlato oggi non è più quello della sua infanzia:
el dialeto padovan [ ]
el conserva robe de péso [ ]
ma nacquà sgagnà spanìo sdolcinà
el ga perso lanema [ ] (p.168)
(il dialetto padovano / conserva cose importanti / ma annacquato eroso sbocciato sdolcinato / ha perduto lanima).
Poiché litaliano, «lenguagio comuni / cativo del barato» (linguaggio comunicativo del baratto) sembra affossato nella banalità, per il poeta non cè che ricorrere al dialetto, ma attenzione:
i diglottici
per salvarse ga da supiarghe
inteleto no solo sentimento (p.169)
(i diglottici / per salvarsi devono fiatargli / intelletto e non solo sentimento);
non solo, dovranno anche trovare termini appropriati, perché:
convien che anca
el vernacolo oltrepassa i paneseli
streti e comuni de lidioma. (p.183)
(conviene che anche / il vernacolo oltrepassi i panni / stretti e comuni dellidioma).
Riletto nellinsieme di
Scribendi licentia, Diaboleria dà ancor
più fortemente limpressione già presente alla prima
lettura di essere stato voluto (apparteniamo
al numero, forse esiguo, di persone convinte che la
poesia chiede, impone di essere scritta: non deve essere
la volontà del poeta a guidare). Nato secondo noi,
e lo ripetiamo da una pausa di riflessione sulluso
del dialetto in poesia, questo libro si presenta come
unarringa di difesa e una dichiarazione di poetica;
ben presto l'umiltà delle prime pagine scompare:
Ruffato si attacca a temi diversi (personali, sociali,
scientifici), come per dimostrare che è possibile sottoporre
il dialetto a tensioni e a rendere in dialetto concetti
per i quali in esso non ci sono termini corrispondenti.
Un libro voluto, che forse
ci voleva, ma che ci sembra riesca solo a sottolineare
che un testo di poesia se di poesia si tratta tale
si mantiene oltre la lingua che lo sostanzia, sia essa
antica o moderna, di tutti o di un gruppo ristretto.
Un libro non privo di perplessità anche per lautore,
e lui stesso lo dice. Intanto nelle righe conclusive
di El dialeto:
Me smissio inretoricà
sensa idee ciare e co passiensa
voria riscrivare tuto (p.172)
(Mi mescolo retoricizzato / senza idee chiare e con pazienza / vorrei tutto riscrivere)
e poi con le variazioni apportate alloriginale, e specialmente le amputazioni, numerose e cospicue: unoperazione così estesa non è stata messa in atto da questo autore in nessuno degli altri libri.
Con la sezione Minusgrafie inizia la parte che già nel libro edito nel 1993 rappresentava una ripresa dei testi apparsi in Padova diletta, nel 1988. Il primo è sta pianura nostro mondo che, rispetto alloriginale è meno discorsivo, più lirico ed essenziale. I versi iniziali sembrano aprire a uno sguardo sereno («Su sta pianura incantono la luna / / perché le case staga ciare»), ma ciò che sembrava un quieto riandare a come era la vita nel passato si incupisce nelle ultime righe:
Minfiapo a lodore del fogo
che se stua
Linverno su sta pianura
xe dassèn na preson. (p.175)
(Mi affloscio allodore del fuoco / che si spegne / Linverno su questa pianura / è proprio una prigione).
Già il secondo brano, Smissiade strambote, porta i segni dellintervento di Ruffato che apporta variazioni o, più spesso, elimina versi presumibilmente per adeguare il testo originale a un diverso modo di sentire. Il brano vuole essere una parentesi di cultura, di etica sociale, cui è affidato il compito di accompagnare, illuminandolo, il cammino delluomo. Lautore però non si fa illusioni, conscio che
pena via
de sti speci incantai se piomba
de bruto nel baitume de lambiente
abisso balordo di libertà. (p.178)
Nelloriginale si legge:
pena via
de sti speci incantai se resta
de bruto impapinai dal baitume
inebriante de lambiente muci
de metali che cràca sfrìtega
labisso balordo de libertà
de la zente solo panse da rana.
In Scribendi licentia
i versi sono disposti sulla pagina in modo diverso
da quello delloriginale, cosicché le varianti incidono
allinizio o alla fine dei brani. A pagina 179, per
esempio, il testo si conclude con «e un servèlo sensa
figura da ciodi» (e un cervello senza sfigurare),
seguito da un punto, mentre loriginale prosegue per
altri 19 versi. Lo stesso avviene per il testo di pagina
180, al quale è stata tolta unintera sezione di 16
versi.
Spasemanti è disposto,
in Scribendi licentia, su quattro pagine. Nelloriginale,
ciò che ora si legge a pagina 181 era preceduto da
quattro versi e seguito da cinque; il testo di pagina
182 era completato da altri nove versi; al brano di
pagina 183 è stata tolta unintera sezione di 13 versi,
mentre ciò che si trova a pagina 184 corrisponde esattamente
alloriginale (Soffermarsi sempre e a lungo per mettere
puntualmente a confronto la versione del 1993 con quella
rielaborata del 1998 non rientra nelleconomia
di questo lavoro, ma sarebbe certo interessante farlo).
Spasemanti è una
riflessione sulla parola; nella rielaborazione,
una riflessione liberata da ogni ridondanza, divenuta
essenziale, più aderente al nucleo del pensiero. Ruffato
dice:
I me pensieri se poda qua e là
su le parole [ ]
I bocaboli lissiai
francescani me torna a spiegare
ma no i basta (p.181)
(I miei pensieri si posano qua e là / sulle parole / I vocaboli di bucato / francescani mi ritornano a spiegare / ma non bastano)
Viene in mente Parola pìrola, in cui a più riprese Ruffato ritorna allidentificazione parola / Francesca: il tentativo sempre ripetuto di afferrare la parola per afferrare e trattenere Francesca. Anche qui egli esprime il desiderio di «qualche muceto de parole ciare» (qualche mucchietto di parole chiare), perspicue, capaci di tradurre il sentire. E poiché sta scrivendo in dialetto, specifica che
davanti a la verità de la parola [ ]
convien che anca
el vernacolo oltrepassa i paneseli
streti e comuni de lidioma (p.183)
(davanti alla verità della parola / conviene che anche / il vernacolo oltrepassi i panni / stretti e comuni dellidioma),
Perché, se le parole sono «ciare», il poeta
podaria squasi sentire la tinta
dei pensieri
lanema del dolore [ ]
la vose del specio del silensio. (p.184)
(potrebbe quasi sentire il colore / dei pensieri / lanima del dolore / la voce dello specchio del silenzio).
La parola specchio
ritorna nel titolo della sezione seguente, Specio
smemorà: uno sguardo sul mondo di oggi. I brani
che la compongono segnano lo svolgersi del pensiero;
nel primo (p.185) perfino il tempo atmosferico sembra
contribuire al pessimismo, che trova materia per sostanziarsi
anche nei due seguenti.
Con il testo di pagina
188 inizia la messa a confronto della vita di ieri
nel dialetto con la vita di oggi; il passato torna
prepotente, con La mama (p.189) e Foto de
fameja (p.191). Na fregola de mente (p.192)
apre una serie di riflessioni sullintelletto, mentre
Nadale stravanio (p.195) parla del Natale nella
società odierna, con uno sguardo nostalgico (ma ironico)
sul passato. In Umanità derelita (p.199) Ruffato
riflette sulle distorsioni, sulle assurdità della società
attuale, e in na mapeta de paroloni (p.201)
ultima sottosezione il discorso si fa più generale,
ma lo sguardo pessimistico rimane costante.
Levoluzione e la statura
(p.204) nella presentazione grafica ancora allinterno
di Specio smemorà porta lattenzione specificamente
sul genere umano; sono quindici pagine, quindici testi,
in cui più che mai sembra evidente il desiderio di
questo autore di dimostrare che il dialetto permette
di affrontare ogni genere di argomenti. Tutta la sezione
è fortemente segnata dalla rielaborazione, sia con
l'eliminazione di versi sia come variazioni apportate
all'interno dei brani.
Specio smemorà,
nelloriginale del 1993, iniziava 19 versi prima del
testo rielaborato. I primi due versi (in Scribendi
licentia) sono: «El tempo arlechin guapa / co nuvoloni
e diessire» (Il tempo arlecchino fa il guappo /
con nuvoloni e dies irae,p.185), mentre loriginale
diceva «El tempo arlechin guapa / fanfe de nuvoloni
e diessire». Più sotto, «e nel giorno de la mama le
torna / de cartapesta sèra cicolata» delloriginale,
diventa «e nel giorno de la mama le torna / de cartapesta
e cicolata» (e nella festa della mamma ritornano
/ di cartapesta e cioccolato). Due versi esprimono
bene il pessimismo di Ruffato, nel brano di pagina
186: «Depurare disinfestare sercare / carità o amicissia
no costuma» (Depurare disinfestare cercare / carità
o amicizia è superato). A ciò che appare in Scribendi
licentia sono state tolte allinizio due parti
(di 9 e 13 versi); nel testo, alcune variazioni riguardano
la punteggiatura, ma non sono le sole. Loriginale
recita:
Depurare disinfestare sercare [ ]
la fognarìa tinta telecarosela.
La vose pura lìpega ne la bianca
mitologia, letara che no se
pronunsia o el postin mai porta.
Anca el vin tira intruli DOC. Vano
nel travisàme
Lo stesso brano, rielaborato, si presenta così:
Depurare disinfestare sercare [ ]
col primato fognarìa in Europa.
La vose pura lìpega ne la bianca
mitologia, letara che no
se pronunsia o el postin mai porta.
Vano nel travisàme
(col primato spazzatura in Europa / La voce pura sdrucciola nella bianca / mitologia, lettera che non / si pronuncia o non è mai stata recata dal postino. / Vano nel travisamento )
Al brano che figura a pagina 187 sono state tolte le iniziali 15 righe; La mama ha lo stesso numero di versi delloriginale, mentre in Foto de fameja sono stati eliminati i primi 17. La maggior parte delle variazioni apportate a na fregola de mente riguarda la punteggiatura: linserimento di virgole sembra suggerire una breve pausa, nella lettura, facilitando la comprensione. Le righe finali a pagina 193 sono:
regno dei mestieri più ganzi
par un saco de sistemi e zonta
quelo che no se sa.
(regno delle capacità più astute / per molteplici sistemi e si aggiunga / quello che non si sa)
mentre nelloriginale erano:
regno dei mestieri più ganzi
par un saco de sistemi e zonta
acqua padre che riva zente.
Due gli interventi sul testo che ora si legge a pagina 195. Loriginale recitava:
Se piomba zo da le scale
ne la stupidità de speceti regali
e bilietini per le festività
ed è diventato: «come i speceti regali e i bilietini per le festività» (come gli specchietti regalo / e i bigliettini per le festività). Più sotto, ancora nelloriginale si leggeva:
su lorinale. Sta cultura boara
storpia rinunsia sempre de pensare
rifletere e remedia a lengua
bassa bofae de spagheti bocai
de cheno che i se smàndola.
In siesta e in frìtola li socore
lassessore del trafico tornidore
La rielaborazione ha portato a questo risultato:
su lorinale. Sta cultura boara
rinunsia sempre de refletere
e remedia a lengua bassa
co bofae e che i se smàndola.
Ghe dà na man lassessore
del trafico tornidore
(sino al gabinetto. Questa cultura bovara / rinuncia sempre alla riflessione / e rimedia a lingua bassa / con abbuffate e che vadano al diavolo. / Dà loro una mano lassessore / del traffico tornitore)
Lamaro che Ruffato ha in bocca gli detta i versi con cui conclude Nadale stravanio:
el Nadale in sta società
trufalda, che cambia canale
a champagne, par rimetarse in sesto
ga da contare in zalo e foresto. (p.198)
(Il Natale in questa società / truffaldina, che cambia canale / a champagne, per ripristinarsi / deve raccontarsi in giallo e straniero.)
Anche in Umanità derelita gli interventi sono allinterno del testo. Dopo sei righe senza variazioni, a pagina 199 si legge «par alsare el valore de la cinina / diversità» (per elevare il valore della microscopica / diversità), quando loriginale diceva «par tegner su el valore de la cinina / diversità»; qualche riga dopo, «va ciapà co pinse e savia umiltà» diventa «va pinsà co savia umiltà» . E subito dopo,
Lingegneria genetica impermalìa
se buta ne la pignata de bojo
del damonio a cambiare i conotati
drento e fora de lindividuo
diventa:
Lingegneria genetica impermalìa
squasi sindamonia a cambiare i conotati
drento e fora de lindividuo
La rielaborazione di na mapeta de paroloni ha suggerito a Ruffato di inserire alcune virgole, di dividere il testo in due parti, di togliere alcuni lemmi. Indichiamo qui sotto, a sinistra, loriginale e, a destra, il testo che figura alle pagine 201 e 203 di Scribendi licentia:
Casco pien de buti dopo
franse Casco pien de buti in corte de
lecologia [
]
trodi gàtoli in corte de
lecologia sotosora sofisticà dai sciensiati
sotosora fa bum imborià
insembrà co termini galeoti
de lissia insembrà co termini
galeoti
Produssion e volante va
sofegai Produssion e volante va sofegai
qualche altro libro serio
va qualche altro libro serio va digerio
digerio par inventare mondi
par inventare mondi diversi più beli.
diversi più beli.
(Cado pieno di germogli nel cortile dellecologia / sottosopra sofisticata dagli scienziati / mescolata con termini galeotti / Produzione e volante vanno imbavagliati / qualche altro libro serio va digerito / per inventare mondi diversi più belli).
Nel libro edito nel 1993
lultima sezione è intitolata Levoluzione La statura
La veste. In Scribendi licentia il terzo
titolo è stato eliminato, così come anche quasi tutto
il testo che lo illustrava. Sono rimasti soltanto i
dieci versi che ne costituivano la quarta parte, mentre
non figurano più i precedenti 50.
Il tutto è diviso in una
introduzione, e in tre sottosezioni: Levoluzione,
El nostro antenato, La statura. Come risulta chiaro
dai titoli, si tratta di una riflessione sullevolversi
della specie umana; che lapproccio voglia essere scientifico
è tradito dalle espressioni usate. Si veda per esempio,
a pagina 205, «La sciensa se sforsa de sponciare /
senso e ragni in tuti i busi» (La scienza si sforza
di pungere / senso e ragni in tutti i buchi), e
«
tempo de la creassion big bang» (tempo della creazione
big bang); alla pagina seguente «el bojore se lentava
/ Luniverso / traversa i ani de galassie e stele /
dove se crea materia matrice / de pianeti vita e inteligensa»
(la temperatura si allentava / Luniverso / attraversa
gli anni di galassie e stelle / dove si crea materia
matrice / di pianeti, di vita e intelligenza).
A pagina 201 Ruffato ritorna al suo atteggiamento intriso
di pessimismo:
Tanti aneli de la caena come
sempre manca e la vita funsiona
de come e de cossa gnente perdona
e a ognuno dona un metro
de tera sora
(Tanti anelli della catena come / sempre mancano e la vita funziona / di come e di cosa niente perdona / e a ognuno dona un metro / di terra sopra.)
Con lo sguardo che ripercorre i millenni, Ruffato si rende conto che luomo di oggi ha ancora le paure delluomo primitivo, perché la vita è macchina matrigna:
Noaltri [ ]
coémo le so paure rabiose
nei suori dei pori, le mole
de la machina mostruosa che matrigna
ne butarà su la crua strada [ ] (p.214)
(Noi / coviamo le sue paure rabbiose / nei sudori dei pori, le molle / della macchina mostruosa che matrigna / ci scaglierà sulla cruda strada).
Abbastanza importanti i tagli che sono stati praticati. Lintroduzione (p.204) inizia con «Provo ciuciare lanema» (Tento di succhiare lanima), verso che viene dopo 19 altri, nelloriginale. Tra il verso undicesimo e il dodicesimo ce nerano altri quattro. A Levoluzione (p. 205) sono state tolte le prime cinque righe, e altre undici tra il terzo e il quarto verso. De La statura (p. 215) sono rimasti i primi tre versi e gli ultimi due (ne vengono eliminati 12), uniti da un verso che non figura nelloriginale: «Ma tien sempre el dito coi so segreti» (Ma resiste il detto con i suoi segreti).
Dopo lintervallo di Diaboleria
e siamo grosso modo a metà volume con Smanie
inizia la serie delle poesie in dialetto che per la
prima volta si trovano raccolte e pubblicate insieme.
I nove testi che compongono questa sezione sono spesso
suddivisi in più parti; in generale si tratta di riflessioni
profonde sulla vita: la vecchiaia che si avvicina,
il dolore, la morte. Riflessioni pacate, quasi trascurate,
con qualche punta di ironia; più malinconiche che tristi,
perché rimane immutato uno sfondo di grave serenità.
Dopo un lungo brano (intitolato
a A ahi) in cui parla, alternativamente, del
passato (con ironia) e dellattualità (con acre amarezza),
da Impìria in avanti la voce di Ruffato si fa
più bassa, più intima. Impìria significa imbuto:
le immagini iniziali sono serene le voci del primo
mattino , poi il campo va restringendosi sempre più,
fino allultimo verso:
se ricuca la comedia
da novo la solfa sénare
de robe tacà a parole
fifa de perdarse. (p.229)
(si riprende la commedia / ricomincia la solfa cinerea / delle cose adese alle parole / paura di perdersi.)
Ombrìa: la propria ombra, la propria coscienza, forse il proprio esistere come unombra che vagola per la città, quella «Padua» che il poeta conosce da sempre, di cui sa il «vecio / parlare pedalà da la mente» (vecchio / parlare pedalato dalla mente, p.233). Ombrìa: «Verso sera la se slonga» (Verso sera sallunga, p.230); la fine del giorno porta il pensiero alla fine della vita, e a chi è già uscito dal tempo:
Pardelà nel scuro forse sarà
bianca, pausa de vose lampra
de Francesca (p.230)
(Nellaldilà al buio forse sarà / bianca, pausa della voce limpida / di Francesca)
Vivere come unombra, mentre
se se dresfa nel sugo insaòre
de la vita che se fa pregare
sbombasa, spampana sfinission. (p.231)
(ci si scioglie nel sugo insipido / della vita che si fa pregare / sfilaccia, sparpaglia sfinimento).
Vivere
Soto sto cielo sgrafà
de rabalton el verbo volante
continua a sercare la pompa
de la verità nua e crua. (p.232)
(Sotto questo cielo graffiato / a rotoli il verbo volante / continua a cercare la fonte / della verità nuda e cruda).
Il tono sommesso continua,
brano dopo brano, e i temi si ripetono: lindebolimento
del fisico, la fine della vita che si fa più vicina,
e Francesca, che sembra quasi il traguardo da raggiungere.
In Ociae, «montagne / de scommesse smoltòna
la siora / in nero» (montagne / di scommesse incalzano
la signora / in nero); il ricordo di Francesca
è sempre presente ma dice il poeta «No bato / el
loculo che la riposa più / segura ne le arte de lamore»
(Non busso / al loculo che la riposa più / sicura
nei panni dellamore, p.237).
Onge (p.238) è estremamente
triste; sotto unapparenza di umile concretezza, descrivendo
le unghie consumate dalla vita il poeta parla dellanima
consumata dal dolore.
Il brano seguente che
porta lo stesso titolo della sezione è interamente
dedicato alla figlia. Nei primi cinque versi lidea
della fine della vita (implicita nel «tramonto») apre
al ricordo di Francesca:
Frantumà [ ]
sensa dover
spetare el so bruto evento, la xe
andà via nel specio scuro (p.239)
(Frantumata / senza dover / attendere il suo brutto evento è / andata via nello specchio oscuro).
Il ricordo emerge dopo una notte insonne, o durante il giorno, col buio e con la luce:
La se sconde nel denso che no core
el giorno bon drio la sveja
o staltro sempre svejo (p.240)
(Si nasconde nella densitità che non porta / il giorno buono dopo la sveglia / o laltro sempre sveglio).
Nella conclusione, la presenza
evocata è ora così viva che il poeta può dire: «La
me varda, me meto calmo / nel so silensio che sa» (lei
mi guarda, mi metto calmo / nel suo silenzio che sa,
p.241).
Francesca è presente anche
in Elbane (p.242); Ruffato la rievoca insieme
a ricordi della propria infanzia, alla presa di coscienza
che in ciascuno è «un vodo / machina storna che drento
ne frua» (un vuoto / macchina storna che ci consuma
allinterno), che inevitabilmente «Parole braghiere
a zonta ne sfrata / da noialtri» (Parole tirapiedi
inoltre ci sfrattano / da noi stessi), che la inevitabile
vecchiaia è «Mareta de veci limèghe / de la morte»
(Maretta di vecchi lumache / della morte, -
le tre citazioni a p.246). Francesca è presente malgrado
il poeta dica
Non so proprio dove fermarla forse
in foto [ ]
Nel diario
papavari strasséte muciae, bòcoi
de voseta, la piega sofrente
sul viso mimpresta giosse
de vita nova (p.244)
(Non so proprio dove fermarla forse / in fotografia / Nel diario / papaveri, straccetti ammucchiati, boccoli / di vocina, la piega del soffrire / sul viso mi prestano gocce / di vita nuova).
Le dieci parti di Foje sono davvero come foglie che si staccano a una a una dallalbero; identiche, eppure ciascuna con una propria individualità. Sempre sottovoce il poeta racconta:
na sera [ ]
el silensio me caincaìna
lanema [ ]
Le date scola scadense (p.249)
(una sera / il silenzio mi guaisce / lanima / Le date scolano scadenze).
Nel silenzio osserva se stesso:
Vecio [ ]
stilita el sindeserta ne lemossion
de scampare al tempo che no se fa
ciapare [ ]
No serve
fare el morto par torsela dal mulin
del deventare, el doman [ ]
nel corpo caorìo no verze porte
nove el segue la so sorte. (p.251)
(Vecchio / stilita sindeserta nellemozione / di sfuggire al tempo che non si fa / afferrare / Non serve / fare il morto per svignarsela dal processo / del divenire, il domani / nel corpo capofitto non apre porte / nuove segue la propria sorte).
Si confessa: «El me dolore miga in pensione xe / sempre più agro» (Il mio dolore non in pensione è / sempre più stanco); «Desso scambio la so stèle par tela / piturà» (Ora scambio la sua stele per un dipinto); «Me resta na streja de busi in man» (mi resta in mano un filare di buchi, le tre citazioni a p.252). Le foglie si posano a terra una dopo laltra: si susseguono i ricordi di luoghi, di circostanze; lessenza del pensiero del poeta traspare da frasi come
i foji del libro
che la vita no lassa de sgorbiare
co linciostro bianco e la morte
ricalca co la china. (p.257)
(i fogli del libro / che la vita non tralascia di sgorbiare / con linchiostro bianco e la morte / ricalca con linchiostro di china)
e anche
me ripesco
in un desso scontà, un passà
drento la sorgiva megòla del doman.
El me tempo forse no xe che
un manco
del fià del tempo temporum. (p.259)
(mi ripesco / in un presente scontato, un passato / interno al midollo sorgivo del domani. / Il mio tempo forse non è che / un minus / del fiato del tempo temporum.)
Conclude la sezione Soni perlai, un inno alla «so vose» (la sua voce, p.261), evocata forse dal ritrovare parole scritte da lei.
In Scribendi licentia,
Smanie è datata 1995; Sagome sonambule,
che si trova subito dopo, porta la data 1993-1997.
Segue poi Vose striga (1990-1997), e infine
Giergo mortis (1997). Queste date fanno presumere
da una parte che in Ruffato lo scrivere poesie
in dialetto fosse diventato istintivo e naturale come
il respirare, al di là del progetto di raccoglierle
/ pubblicarle , e dallaltra che nel momento di
scegliere e ordinare il materiale per Scribendi
licentia egli abbia tenuto conto di motivi ispiratori
più fortemente presenti in alcune, che volevano quindi
essere evinte dallinsieme e raggruppate in sezioni
omogenee.
Sagome sonambule sembra
essere invece la raccolta di testi eterogenei anche
al loro interno forse riprese e rielaborazioni di
prove precedenti (è ben nota la tendenza di questo
autore a rileggersi, a riscrivere, prima di sentirsi
soddisfatto del risultato.)
Delirio sigàla (p.267),
per esempio, inizia come testo sulla voce: «La
voce camina su e zo parole / nunsie de poesia» (la
voce cammina su e giù parole / annunciatrici di poesia);
la voce, che è «miomao muinelo co laldelà» (miagolio
continuo con laldilà), che si condensa nel dialetto
(«la sgorga parola idioma), sgorga parola e idioma).
El lenguagio spotico
la governa imbraga sòfega
ma va a finire chel so dire
se basa sul bocabolo e su la recia
de un son de lombra de staltro
perché a dire se xe sempre in do (p.267-8)
(Il linguaggio dispotico / la guida imbavaglia soffoca / ma si conclude che il suo dire / si basa sul vocabolo e sullascolto / di un suono dellombra dellaltro / dal momento che a dire si è sempre in due).
Il lemma voce ne richiama altri: «oralità», per esempio, e «telefono», «maniera ariosa de impenire vodo / e solitudine» (un modo aereo di riempire vuoto / e solitudine, p.268). Interviene la riflessione amara: sia orale che scritto
Un lenguagio co drento el so senso
che sapia dire donde el riva e capirse
pare chel manca. (p.269)
(Un linguaggio con il proprio senso interno / che sappia dire da dove giunge e comprendersi / non sembra esistere).
Poi il pensiero scivola sulla morte, «La sagoma che ocia» (la sagoma che sbircia) che il poeta allontana affrontandola a viso aperto, con ironia: «so ben / bindolarla, vinso da tre ani poker / al buio da smato» (so bene / abbindolarla, vinco da tre anni a poker / al buio per divertimento, p. 270), conscio che
No serve sderenarse su natura e fato
del nostro buto embrionale
par farlo co artifissi imortale. (p.271)
(Non serve scervellarsi su natura e destino / della nostra gemma embrionale / per renderla con manipolazioni tecniche immortale).
Francesca, cui il pensiero ritorna di continuo, è presente anche in questo brano, e con lei ritornano la voce e il dire dellinizio:
Indirme par rivare più in là [ ]
par volerme inrobare
robarme a mi sensa el to va ben
stavolta smamo [ ]
Go sempre tentà par ela parole
de lissia
pai altri parole trucae
de verità (p.273)
(Penetrare nel dire per giungere più in là / per volermi fare cosa / rubarmi a me stesso senza il tuo consenso / questa volta smammo / Ho sempre tentato per lei parole / di bucato / per gli altri parole truccate / di verità).
Parure liquida (p.275)
appartiene al filone della poesia civile, che
spinge Ruffato a scrivere sulle contraddizioni, le
assurdità, i mali della società attuale. Il suo sguardo
sembra sottolineare con una specie di amaro accanimento
laspetto grottesco, miserevole, delle persone e
dei fatti. Qui loccasione è l«esodo boada obbligo
de lano» (esodo a valanga obbligo dellanno,
p.276), la villeggiatura obbligatoria che è
esodo, fuga.
Negli altri quattro testi
che compongono la sezione è il padre che parla alla
figlia. In Fumeto bianco le dice «Ma forse te
si / ancora qua co mi» (Ma forse sei / ancora qui
con me, p.280), e aggiunge «Voria sentire sospirare
el silensio» e «noare ne le lagreme in fondo» (Vorrei
sentire sospirare il silenzio / nuotare nelle lagrime
profonde, p.281). Francesca è diventata «ramai
piata realtà / fantasma da fora» (ormai piatta realtà
/ fantasma allesterno, p.282) e
Lio vodo scuro de luniverso [ ]
rompe e sfesa
el dolore (p.285)
(Lio vuoto oscuro delluniverso
/ disturba e fende / il dolore).
(Che questo brano e altri
della sezione appartengano a un periodo meno recente
è suggerito anche dalla presenza del multilinguismo,
in seguito quasi completamente abbandonato).
Otobre de zali (p.286):
dal colore dellautunno sembra che il giallo si diffonda,
come veleno, a contaminare il mondo. Sappiamo che il
giallo era il colore preferito di Francesca, e non
stupiscono quindi gli abbinamenti che Ruffato fa con
questo colore. Parte dalla «Luna nova
de otobre»,
che evoca caldi ricordi dinfanzia, ma passa quasi
subito a «fiumi foreste
bassini / sbarossà / (fiumi
foreste bacini / malridotti, p.288), a
man chinsende de splosivi
dadi bische lotarie
farine e late bestiari dirotà
ai cristiani (p.289)
(mani acide di esplosivi / dadi bische lotterie / farina e latte per il bestiame dirottati / ai cittadini).
Il giallo / veleno continua a propagarsi, a contagiare:
droghe bessi onti
carità fintòna [ ]
spetri del mondo de fame
mare nostru morto da catrame [ ] (p.289)
(droghe, denaro sporco / carità ipocrita / spettri del mondo di fame / mare nostrum morto di catrame).
E su tutto la consapevolezza di essere sulla terra soltanto di passaggio, un puntino su quella
roda che mena
ramena opare lunari stagion
le ombre de noaltri cossita curti
che ne taca de pi a sora morte (p.291)
(ruota che conduce / dimena opere calendari stagioni / le ombre di noi così corti / che più ci aderiscono a sorella morte).
Gialla «la pramosìa de gloria» (il desiderio di gloria, p.291), giallo «el sunio de tornare daldelà» (il sogno di tornare dallaltro mondo, p.292). «Soto do vose zale» (sotto due voci gialle) i segni delletà che avanza:
no te
spandi più la polpa del mondo,
in naftalina co le maje
el creapopoli sinfiapa (p.295)
(non / versi più la polpa del mondo, / in naftalina con le maglie / il fallo si affloscia).
La rabbia amara si è riversata, come il giallo, su tutto ciò che suscita disgusto, indignazione, sofferenza. Ora Ruffato è più calmo, il colore tante volte nominato si abbina a «campi de formento» (campi di grano), a «biade e panoce» (biade e pannocchie), a «i girasoli» (le tre citazioni a p.296); si abbina a Francesca che gli dice
vegno
a parlarte donde pramo tornare
nellaldelà (p.297)
(vengo / a parlarti da dove desidero ritornare / nellaldilà).
Sono gli ultimi versi del brano; lottobre del titolo ritorna nel verso «Otobre ponsabondo se scolta» (Ottobre meditabondo si ascolta), la sensazione che rimane al lettore è quella del silenzio.
La parola vuoto, per Ruffato, non sembra evocare il silenzio, ma piuttosto un susseguirsi di suoni artefatti, come nella dizione esagerata di certi attori (il birignao, appunto). Lo si evince dal titolo del penultimo brano di questa sezione, Birignao nel vodo. «Le parole / se lagna de le robe» (le parole / si lamentano delle cose), «el tempo se svoda» (il tempo si vuota),
el cuore
no sa co chi
osare nel stufo mulin che struca
todo el so sangue (p.298)
(il cuore / non sa con chi / gridare nello stufo mulino che spreme / tutto il suo sangue).
È ancora di Francesca che il poeta parla, di lei consumata dalla stanca macina della vita; di lei, che «xe tuto spirto» (è tutto spirito, p.300). Il canto de «La sigàla» che «se sgola» (la cicala / si strugge) gli evoca «echi sgrignenti de aneme andae» (echi rabbrividenti di anime scomparse, p.301), mentre dice a se stesso:
recogo idee, sgorbio suni
m insìmbolo edera de la memoria
spalanco parole sui generi
de un silensio
che vardascolta
el bandolo del nostro cinevita. (p.301)
(ricompongo idee, pasticcio sogni / mi faccio simbolo edera della memoria / spalanco parole sui generis / di un silenzio / che guardascolta / il bandolo del nostro film vita).
Idee, sogni, e il rivivere la sua grande disgrazia:
Lingua
suito torpet, lachrimae volvuntur
inanes , le robe
se fa bara [ ]
poca forsa par llorar e manco
sbrochetando par bevir. (p.304)
(La lingua / subito si paralizza, scorrono lacrime / vane, le cose / si fanno bara / poche energie per piangere e meno / rabbrividendo di freddo per vivere).
Sempre rivolta a Francesca è linvocazione che chiude questo brano:
no dolerte perché so solo [ ]
Svodo cremà dai pensieri
nel più lontan esilio me spense
el magon del sito [ ]
la vita che no se rende
a cargarse da la morte. (p.306)
(non addolorarti perché sono solo / Vuoto cremato dai pensieri / nel più lontano esilio mi eccita / lo struggimento del silenzio / la vita che non smette / di caricarsi dalla morte).
Laconica continua il discorso su / con Francesca, ed è ancora un esempio di multilinguismo. Oltre allitaliano e al dialetto il poeta ricorre al provenzale, non soltanto utilizzandone alcuni lemmi ma anche creando unatmosfera da amor cortese (finamor e amor de lonh). Il brano, e la sezione, si concludono con questi versi:
Svampia creatura non ce lhai fatta
a passare dal principio del piacere
a quello di realtà. Mi darai
un cenno, una mano per laldilà. (p.310)
(svampìa: svanita)
Tre lunghi componimenti
ricco ciascuno di suddivisioni fanno parte di Vose
striga. Lautore, che aveva già dedicato due raccolte
alla parola (Parola bambola, in italiano,
nel 1983, e Parola pìrola, in dialetto, nel
1990), punta ora la sua riflessione sulla voce.
La voce che precede la parola, se per questa sintende
il grafema, ma che in realtà la sostanzia. Il pensiero
che nasce nel silenzio attraverso la voce (il suono)
diventa parola.
Ciao vose è il primo
componimento; in esso Ruffato traccia la storia della
voce, dalla sua origine («lidea dun son vose / scominsia
ne la scorsa servelare», lidea di un suono voce
/ inizia nella corteccia cerebrale, p.317) al suo
vario modo di esprimersi a seconda del sesso e delletà
della persona cui appartiene, e degli stati danimo,
e di ciò che il pensiero riveste. Al di là di tutte
le variabili, resta la constatazione che
No ghè figura che co la vose [ ]
no conta el magon de la pasta
umana [ ] (p.318)
(Non cè figura che con la voce / non racconti il dispiacere della materia / umana).
«La vose rauca e ransa xe come / lorbo che vole drentare nel specio» (La voce roca e rancida è come / il cieco che vuole entrare nello specchio), come chi vuole compiere qualcosa di impossibile; eppure lautore non desiste:
Ma staltro ieri [ ]
un supieto birbo me ciama
e mi a tirarlo vivo [ ]
a despiegarlo sigo de aquila
a farse staltro novo par entrare
in onda giusta che se fa capire [ ] (p.319)
(Ma laltro giorno / un soffio bricconcello mi chiama / ed io a resuscitarlo / a spalancarlo grido daquila / a farsi nuova alterità per entrare / nellonda giusta che si fa comprendere).
La vose [ ]
Cota da luce imbiancà la devien [ ]
el smissioto
de lengue raise in solfe che riva
a fruare le corde
del dolore e de la paura. (p.322)
(La voce / Rapita da luce immacolata diviene / il miscuglio / di lingue radici in melodie che giungono / a consumare le corde / del dolore e della paura).
La vose [ ]
Infiabà la dise
la sua torno la mapa dei nostri
geni (p.323)
(La voce / ormai fiaba dice / il suo parere sulla mappa dei nostri / geni).
E ancora la nota amara: la voce è «Nerbica ne la so fralità par dire / el dolore rerum» (Energica nella sua debolezza per dire / il dolore delle cose, p.324). La voce si fa parola, ma non sempre per questo quello che esprime diventa comprensibile:
El mondo del son barluma
[el] so scontento
par no bastare a capirse. (p.326)
(Il mondo del suono barluma / [il] suo malessere / per linsufficienza di capirsi).
Vose striga raccoglie
componimenti scritti dal 1990 al 1997; dal tono di
quelli di Ciao vose (senza parlare del multilinguismo
che è ben presente) è facile capire che essi appartengono
ai primi anni Novanta; nelle brevi citazioni fatte
emergono lemmi come «dispiacere», «dolore», «paura»,
«malessere», e quell «insufficienza di capirsi» ,
quel dover riconoscere i limiti della parola, che per
lungo tempo hanno rappresentato quasi unossessione
per Ruffato. È difficile comunicare anche perché condizionati
dal modo di guardare alle cose che varia dalluno
allaltro il che fa sì che uno stesso vocabolo possa
avere connotazione diversa per chi lo pronuncia e per
chi lo ascolta.
Che lautore seguisse questa
linea di pensiero è suggerito da quell«orbo che vole
drentare nel specio», richiamato da «Alice» di pagina
327. La voce si «svena» nel contesto verbale; «rancontrandola»,
bisogna «pulsarla de novo amore» (incontrandola
/ pulsarla di nuovo amore, p.328).
La voce / suono assume
anche il significato di voce / poesia, nel ritornare
al triste pensiero dominante:
Tabida, languida ne le grespe
de mente e corpo, ramai angossà
vose viola
in visita dei sepolcri (p.330)
(Struggente, languida nelle rughe / di mente e di corpo, ormai angosciata / voce viola / in visita dei sepolcri).
Il pessimismo di Ruffato non manca occasione per esprimersi («no spetarse dal prossimo / el bis de la vita», non attendersi dal prossimo / il bis della vita, p.331), ma altrettanto fa il suo senso di dignità, di coscienza del proprio valore: «Mejo sto giorno dalta carga drento / che secoli de festa» (Preferibile questo giorno di alta carica interna / che secoli di festa, p.332). La propria voce / poesia è «Enimistica», è «alfabeto altro», è «lapis drento in libaro spirito» (Enigmistica / alfabeto altro / sismografo interno in libertà di spirito, p.333); denuncia
luniverso sbregà da pianti urli
co zente grama in guerre civili
religiose, spotiche idiossie
poarame, stupre nefande crudeltà. (p.334)
(luniverso lacerato da pianti urli / con gente grama in guerre civili / religiose, dispotiche idiozie / miseria, stupri nefande crudeltà),
denuncia la morte, che
atterra e annichilisce, alla quale non cè rimedio
e consolazione, il cui «pensiero lassa peche / cristiche
ben più in là de le campane / pal resurge / (pensiero
lascia tracce / cristiche ben più oltre le campane
/ della resurrezione, p.335).
La voce / poesia
Perplessa sul mondo
e sui dubi
del parlare le robe, la prova
serciarle e no lassarle morire (p.337)
(Perplessa sul mondo / e sui dubbi / del far parlare le cose, tenta / di cerchiarle e tenerle in vita);
la voce / suono la sostanzia («ela intona e inverba co speciale / imaginassion metaforica de echi», si fa tono e parola con particolare / immaginazione metaforica di echi, p.338), mentre lautore riconosce: «Ma mia vose la xe cussì fata: / né tu senz mei, né jeo senz ti» (Ma voce mia le cose stanno così / né tu senza me, né io senza te, p.341).
Che sia stata o meno elaborata nel periodo che immediatamente precede la Pasqua, Ciao vose risulta immersa nellatmosfera della Passione; lo conferma anche il brano conclusivo, in cui «El sabosanto se specia ne lombrìa / macà del venare» (Il sabato santo si specchia nellombra / ammaccata del venerdì, p.342): per il padre, la morte di Francesca avvenuta di sabato ripete la morte di Cristo.
La «Voce gitana» (Vose
sìngana), cioè libera e indipendente, non ancorata
a una terra, «in hagg pelegrino ai tropici» (in
pellegrinaggio ai tropici, p.345), sulla bocca
di genti diverse accompagna Ruffato nelle sue riflessioni.
Il viaggio / pellegrinaggio può essere stato reale,
o compiuto sulla carta geografica, o seguendo le notizie
dellattualità: non è lo stimolo che importa, ma il
pensiero da esso suscitato.
Djerba, Gerusalemme ebrea
e musulmana, Damasco: voci diverse che portano però
«a simbolarne tuti compagni / in facia a Dio» (a
simboleggiarci tutti uguali / di fronte a Dio,
p.347).
La voce «Dura / sta fadiga
tra note savue e saente / silenzio» (Continua /
questa fatica tra note conosciute e sapiente / silenzio,
p.351); «veicola / el costo del dolore» (veicola
/ il prezzo del dolore, p.354); nel richiamare
le stragi nella ex Jugoslavia, «ga ramai spirà anca
la morte» (ha ucciso ormai anche la morte, p.356).
sta vose orfana [ ]
famà de pase
patria amore civiltà, la ponta [ ]
drita al cuore (p.357)
(questa voce orfana / affamata di pace / patria amore civiltà, mira / dritta al cuore).
In serbo-croato nel testo,
Ruffato traduce in parole questa voce che invoca «fratelli
serbi croati / mussulmani, deponete le armi», forse
temendo che il peggio debba ancora venire.
Anche se la vicenda si
svolge «delà Adriatico» (al di là dellAdriatico,
p.356), e intorno a sé non vede pericoli imminenti,
lautore non può impedirsi di provare un profondo senso
di inquietudine («Nihil timendum video sed tamen timeo»
, Non vedo nulla da temere ma tuttavia temo)
e aggiunge subito perché:
Vardo la verità farse ponte cao
silenzio e luce discorare su la palù
sul stisso ultimo che se xe. (p.359)
(Guardo la verità farsi punto limite / silenzio e luce discorrere sulla palude / sul tizzone ultimo che siamo).
La voce della sofferenza del mondo non fa che evocare, sottolineare, la sofferenza personale, che non sembra possa essere placata se non chiudendo per sempre gli occhi:
In fondo la nebia i oci
de la morte sbolà. Se perde el lume
in sto plasma figurale pelegate
del vodo
che vosa lansa danema (p.363)
(In fondo annebbiano gli occhi / della morte disorientata. Si perde coscienza / in questo plasma di figure raggrinzite / del vuoto / che gridano laffanno dellanima).
Nel brano conclusivo, arrivando forse a dubitare persino della propria voce / poesia, della propria capacità di tradurre il pensiero, Ruffato si osserva dallesterno e commenta:
Lu spua gemi scuri
Lerba no svissia de secarse
parole despossenti siliconae
perde ennoia come el mare che sindrìa
ne le alghe. (p.364)
(Lui sputa gomitoli oscuri / Lerba non perde il vizio di seccarsi / parole appassite siliconate / omettono il pensiero come il mare che arretra / nelle alghe).
Vose striga: la terza parte di questa sezione ne ripete il titolo. Ruffato parla ancora della voce / suono e della voce / poesia, della sua e di quella degli altri del mondo. La sua voce che pronuncia / scrive
salutz e versi
che me discolpa squasi rialsa i tolti
par finire la morte.
Insensà tanto rùmego
par la salute de sto mondo (p.367)
(saluti e versi / che mi discolpano quasi risollevano gli scomparsi / per finire la morte. / Senza senso tanto rimuginio / per la salute di questo mondo)
togliendogli il senso di colpa, annullando il potere della morte, ridando nel ricordo la vita a chi non vive più. Ma, per il mondo, forse tutto questo è «senza senso», è soltanto un «rimuginio»; lautore, «Stufo / de tavarare pensieri» (Stufo / di papulare pensieri, p.368), si rende conto della mancata ricezione e confessa «No rivo a butarghela gnanca vestìa / de dialeto» (Non riesco a lanciargliela nemmeno vestita / di dialetto, p.369). Eppure «Lanema nueg / sorareale magòna lobra poetica» , mentre chi scrive (e Ruffato parla di se stesso)
Prisone spanìo de na vose andà [ ]
el sfoja el libro
de la sapiensa par scovèrsare pia
licensa del vero viajo (p.372)
(Lanima notte / surreale sollecita lopera poetica. / Prigioniero sfiorito di una voce andata / sfoglia il libro / della sapienza per scoprire pia / licenza del vero viaggio).
Si ispira ai grandi poeti
del passato («serco / peche del pastore selvadego»,
cerco / orme del pastore errante, p.373), risente
del contrasto tra una realtà di debolezza e le aspirazioni:
«Eritis sicut dii / sumus invesse ombrìa flente» (Sarete
come dei / siamo invece ombre di pianto, p.374).
Per il mondo tutto questo
è «rimuginio», ma lautore non desiste, perché sa che
«sta vose bronsa dona frégole / diamante di memoria»
(questa voce brace dona briciole / diamante di memoria,
p.375); sa che la voce è «na robità che tira
/ anca Dio traverso scarpie de segni» (una realtà
che attinge / anche a Dio attraverso una ragnatela
di segni, p.376).
Francesca, già presente
nel lemma «memoria» è evocata poi da «camposanto»:
Ruffato si identifica alla propria voce («La
porto al simitero per la quarta / volta», La porto
al camposanto per la quarta / volta, p.378), che
utilizza per fermare sulla pagina i ricordi. «Vose
putina», «conta / eterna del sfantà», «el dentin cascà
messo là pal soldin» (Voce bambina, racconto / eterno
di ciò che è scomparso, il dentino caduto posto là
per il soldino, p.379). E ancora:
mi maistre falace, ela
mago intertesto sul vecio e novo
trobar [ ] (p.380)
(io maestro fallace, lei / magico intertesto sul vecchio e nuovo / poetare).
Il discorso torna ad allargarsi; in primo piano si alternano la voce e Ruffato: la voce è «Vose ciave / che verse porte site» (voce chiave / che apre porte zitte); è «goloso passin de ideali / penin diamante che gnanca parole / orche, causa causorum, schinca» (goloso setaccio di ideali, / pennino di diamante che nemmeno parole / terribili, causa di cause, spuntano, p.382); «minuèta / co genio sovrano de Bach», «cambia el timbro / se contralta su aghi de bròsema» (minuetta / col genio sovrano di Bach, muta il timbro / si fa contralto su aghi di brina, p.383). Lautore si autodefinisce
eroe morbin su loro daventura
buto alto dreit nien, lengua calin [ ]
La vose
senansa su la me sgrinfosa speransa [ ]
mi no ris-cio nove parole intanto
che bombe tritòle e ufana
retorica ne destrada e barbaria.
Ela me sirena sempre savio esilio. (p.384)
(eroe inquieto sullorlo di avventura / getto in alto puro niente, lingua fuliggine / La voce /